Guido Vitiello

Archive for the ‘Libri’ Category

O’Nfamone. Un rondò giudiziario

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MontesiDal Vangelo secondo Matteo, capitolo 23, versetto 30: «Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non ci saremmo associati a loro per versare il sangue dei profeti». Lo dicevano gli scribi e i farisei, e indovinate cosa facevano intanto? Complottavano per uccidere un altro profeta, l’ennesimo. «Se fossimo vissuti al tempo del caso Tortora, non ci saremmo associati ai magistrati, ai pentiti e ai giornalisti» lasciano intendere i nuovi sepolcri imbiancati, che fanno i maestri di garantismo retrospettivo mentre agitano le manette per gli imputati di oggi. L’umanità è piuttosto prevedibile, e la storia – specie la storia italiana – terribilmente monotona. Tortora, che agli arresti domiciliari passava il tempo leggendo antiche cronache, si era convinto che il suo caso fosse la pedissequa ripetizione del caso Cuocolo, un processo di camorra del 1908, solo che lì i pentiti si chiamavano «ravveduti» e al posto di Pandico c’era un certo Abbatemaggio detto «O ’nfamone».

La storia è così monotona da venire a noia, e tra i venticinque anni dalla morte di Tortora (18 maggio 1988) e i trenta dal suo arresto (17 giugno 1983), ci siamo dimenticati di un altro anniversario: il sessantennale del caso Montesi. Eppure in quel processo c’erano in nuce tutti i processi italiani, da Tortora a Mani pulite, e tutti i nodi che sarebbero venuti al pettine (se non fosse, diceva Sciascia, che manca il pettine). Era tutto lì, in quell’inchiesta sulla ragazza trovata morta a Tor Vajanica, sul litorale romano, l’11 aprile del 1953. Al posto dei frigidi manuali di educazione civica, a scuola dovrebbero far studiare Dolce vita di Stephen Gundle o Il caso Montesi di Francesco Grignetti, due libri documentatissimi sul caso. Leggi il seguito di questo post »

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agosto 24, 2013 at 5:16 PM

“Non giudicate”. Presentazione alla Festa dell’Unità

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Giudici responsabili, per legge

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CalamandreiNon è dalla benevolenza del fornaio che ci aspettiamo il pane, come sa ogni liberale dai tempi di Adamo Smith. Dovremmo forse attenderci giustizia dalla benevolenza del giudice? L’11 giugno scorso, incontrando i magistrati in tirocinio, Giorgio Napolitano ha pronunciato una frase su cui i quirinalisti hanno dato fondo alle sottigliezze esegetiche, già che il presidente citava una precedente esternazione: “Occorre che ogni singolo magistrato sia pienamente consapevole della portata degli effetti, talora assai rilevanti, che un suo atto può produrre anche al di là delle parti processuali”. Sagge parole, che però si potrebbero tradurre con la massima di San Filippo Neri: “State buoni se potete”. E va bene che non spettava a Napolitano dire di più, ma che molti abbiano lodato la forza del suo richiamo è il segno di un’impotenza prossima alla rassegnazione. Proviamo a tradurre anche questa in parole: siccome non vogliamo o non possiamo sciogliere i nodi della giustizia, ci rimettiamo al senso di responsabilità di ciascun magistrato, sperando che si ricordi che c’è un paese là fuori. Con il risultato che, da anni, si parla di giudici più che di giustizia: delle loro inclinazioni politiche, dei loro amori, dei poster che espongono in ufficio e perfino dei loro calzini. A che cosa porti tutto questo, lo si vede bene. Leggi il seguito di questo post »

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luglio 13, 2013 at 12:15 PM

Liberali ma sexy

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SartreMotoNon dico che Raymond Aron fosse un bell’uomo. Tutt’al più, avrebbe detto mia nonna, un signore distinto: elegante, bel portamento, un sorriso affabile, un naso (cito sempre la nonna) «importante». Ora date un’occhiata al suo eterno amico-nemico Jean-Paul Sartre: a esser larghi di manica, era la versione strabica di Mr. Moto, il detective giapponese impersonato da Peter Lorre nei noir di fine anni Trenta. Malvestito (degli abiti sbagliava perfino la taglia), alquanto ranocchiesco, esoftalmico dietro gli occhialetti tondi, capelli untissimi, denti giallognoli e ritorti, la pelle vizza, pareva sbalzato da una tavola del repertorio fisiognomico di Lavater. Per giunta era basso, così basso che Aron, che tutto era fuorché uno spilungone, poteva permettersi il capriccio di chiamarlo mon petit camarade. Eppure non c’era verso, le donne preferivano Sartre, che dico: non gli davano pace, lo assediavano come una rockstar o un divo del cinema. E il filosofo, dal canto suo, ricambiava circondandosi di ragazze appariscenti, perché la sola vista di una donna brutta – lo confidò proprio lui, l’inarrivabile sgorbio, in un’intervista a Playboy nel 1965 – lo offendeva. Quanto ad Aron, sfortunatamente, la redazione di Playboy non si sognò mai di interpellarlo sul tema. Almeno sotto questo aspetto, non me la sento di obiettare ai giovani contestatori parigini e al loro slogan «Meglio aver torto con Sartre che ragione con Aron»: ne andava della loro educazione sentimentale, per dirla con il massimo dell’understatement

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luglio 5, 2013 at 7:22 PM

Pubblicato su Il Foglio, Libri, Politica

L’incognita del cinepanettone

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Schermata 2013-06-26 a 14.10.24Partiamo da un’equazione politico-cinematografica di Curzio Maltese: «Il cinepattone è stato al ventennio berlusconiano così come i “telefoni bianchi” stavano al ventennio fascista». La migliore illustrazione satirica di questa formula è in Boris: il film (2011), costola cinematografica della serie televisiva omonima, dove c’è un regista che vuole trarre da La casta di Stella e Rizzo un bel film poetico-civile sul modello di Gomorra ma a forza di compromessi al ribasso finisce per girare un atroce cinepanettone a sfondo politico, Natale con la casta. La sceneggiatura comincia così: «L’Italia è il paese che amo…», come il videomessaggio della discesa in campo del 1994. Dunque, parrebbe di capire, il berlusconismo è stato un cinepanettone lungo vent’anni. Ma come sappiamo fin dai tempi della scuola, nelle equazioni c’è sempre un’incognita. Dov’è, in questo caso? Semplice: la x è proprio il cinepanettone. Perché quelli che ne parlano come di un concentrato del degrado italiano sono i primi che non si degraderebbero mai a vederne uno. Paradossale, vero? Si dice che in un film c’è l’essenza dell’Italia, ma questo non incuriosisce a sufficienza da spingere a studiarlo. Leggi il seguito di questo post »

La lotta di classe, da Gramsci-Togliatti a Gassman-Tognazzi

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montaggioanalogicoUno attende per anni sulla sponda del fiume, finché un giorno l’occasione arriva; l’occasione, intendo, per raccontare l’incontro più surreale della mia vita. Fu a Londra, nel 2007, durante una conferenza sui cult movies che surreale lo era già di suo. C’era, tra i relatori, una dottoranda giapponese che viveva in California e parlava un perfetto italiano. Lo aveva studiato per anni, mi confidò, con uno scopo preciso: vedere in lingua originale i film con Franco e Ciccio, che erano al centro dei suoi interessi accademici. Ai suoi occhi, ero un privilegiato; ai miei occhi, era una pazza furiosa. Ma a Londra era venuta per parlare d’altro, ossia del cinema “decamerotico”, le commedie sexy in costumi medievali come I racconti di Viterbury, Fratello homo sorella bona e Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno. Si era persuasa che quei film dei primi anni Settanta, con le loro storie di adulterio, cinture di castità scassinate e crociati cornificati, riflettessero meglio di tante opere maggiori le tribolazioni della società italiana alle prese con l’introduzione del divorzio. Dovetti riconoscerlo: la giapponese pazza aveva ragione. Leggi il seguito di questo post »

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giugno 22, 2013 at 1:00 PM

Pasolinevolissimevolmente

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PasoliniPasolinianamente. Lo ha detto Matteo Renzi a “Porta a Porta” qualche giorno fa, per spiegare che in Val di Susa, come a Valle Giulia, lui simpatizzava coi poliziotti. A quanto pare per difendere le forze dell’ordine bisogna tirare in ballo Pasolini (“scelbianamente” o “bavabeccarisianamente” non suonano altrettanto bene). Ci siamo distratti un momento, e Pasolini è diventato un avverbio. Michele Serra lo ha messo addirittura tra parentesi, ammiccando a chi sa intendere. Le folle che si accampano la notte fuori dai centri commerciali per gli sconti sui telefonini segnano, ai suoi occhi, “la scomparsa (pasoliniana) di ogni spiraglio di libertà”. Scomparsa non bastava, ci voleva quell’aggettivo per suggerire che la colpa, scava scava, è del miracolo economico, e che i tumulti (manzoniani) per il pane avevano una loro dignità, quelli per il companatico ancora ancora, ma quelli per le brioche sono roba da nuovi mostri. La notizia, ad ogni modo, è che Pasolini ha perso la maiuscola ed è a un passo dal diventare un nome comune. Avverbio, aggettivo: le prossime tappe potrebbero essere l’imprecazione, diciamo un equivalente di “mannaggia” con connotazioni di disastro antropologico (pasolini, come siamo caduti in basso!), o l’intercalare strascicato da centro sociale (voglio dire, nella misura in cui, insomma pasolini, il neoliberismo ha espropriato i beni comuni). Leggi il seguito di questo post »

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giugno 8, 2013 at 8:39 PM

Il dissoluto punito ossia Roberto Calasso

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469px-Don_Juan_and_the_statue_of_the_Commander_mg_0119Il dissoluto punito ossia Roberto Calasso. Questo sì che sarebbe un buon titolo per un libretto d’opera. Tutto sta ad accordarsi su che cosa debba intendersi per dissoluto, e una prima risposta la si rintraccia nel dizionario dei sinonimi del Tommaseo: “Quando un corpo organizzato e comecchesia congegnato si scioglie in modo che sia distrutta l’organizzazione e il disegno di prima, dicesi che si dissolve, che cade in dissoluzione. (…) Di qui venne il senso traslato di dissoluto e degli altri derivati”. Dissoluzione è parola chiave per comprendere le tormentate relazioni diplomatiche della Adelphi con la vasta provincia della cultura italiana. La adottò per la prima volta, nel giugno 1979, un anonimo redattore di Controinformazione, rivista vicina alle Brigate Rosse (lo ricorda Calasso ne L’impronta dell’editore). L’articolo si intitolava “Le avanguardie della dissoluzione” e definiva la Adelphi “aurea struttura portante della controrivoluzione sovrastrutturale”. Il legnoso estensore guardava con preoccupata ammirazione quel catalogo di autori eccelsi e un po’ tenebrosi “al cui fascino si piegano devotamente i rivoluzionari stessi”. Il Don Giovanni editoriale, dunque, prima che dissoluto era dissolutore, e chissà che i brigatisti non avessero in mente il Verdampfen della nota frase di Marx ed Engels: “Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria”. Leggi il seguito di questo post »

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Maggio 8, 2013 at 10:09 PM

Breve guida ai libri da cesso

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imageTutti si fanno belli con i livres de chevet, ma chi ha il coraggio di rivendicare i propri livres de toilette? A novembre Dwight Garner, critico del New York Times, ha compilato una classifica dei “Best Bathroom Books of 2012”, auspicando che i premi letterari inaugurino una sezione dedicata ai libri da gabinetto. La formula può suonare stridente, tanto più che al primo posto Garner mette un’antologia di poesie sul cibo, elogiandola come “un pasto eccellente”. Ma siamo pur sempre negli Stati Uniti, dove il Bathroom Reader’s Institute pubblica da un quarto di secolo un annuario da cesso, dove la trilogia The Great American Bathroom Book (romanzi classici riassunti in due pagine, il tempo di una “seduta”) ha venduto tre milioni di copie, e dove il formidabile Sheldon Cooper di The Big Bang Theory accusa un divulgatore di aver ridotto la scienza a “una serie di aneddoti, ciascuno banalizzato per adattarlo alla durata del movimento intestinale medio”. Dalle nostre parti il concetto di cultura è meno pragmatico e più idealistico, ma non ce la sentiamo di incolpare Benedetto Croce se la formula “libri da gabinetto” si usa solo in senso spregiativo, per liquidare i romanzi di consumo. Oltretutto, mai definizione fu meno azzeccata: solo un lettore affetto non già, come voleva Joyce, da un’insonnia ideale, bensì da una stipsi ideale, potrebbe chiudersi in bagno con un romanzo di Stephen King o di John Grisham, con il rischio di uscirne dopo giorni. Si dirà che sono questioni sorpassate, che l’iPad viene incontro a tutte le esigenze e i tempi di digestione, ma per i bibliomani accaniti vale ancora la pena di dare qualche consiglio di lettura. La regola aurea è una sola: il massimo d’intelligenza concentrato nel minimo spazio, più lungo dell’aforisma ma più breve del racconto. Perciò la mia classifica includerebbe senz’altro Centuria di Manganelli e i Romanzi in tre righe di Fénéon; Fatti inquietanti di Wilcock e praticamente tutto Flaiano; Nero su nero di Sciascia e il Diario romano di Brancati. Ma chi potrà mai contendere il trono (sì, è un doppio senso) alle Note azzurre di Carlo Dossi, zibaldone di pensieri, facezie e raccontini buoni per tutti gli intestini? D’altronde, Dossi stesso si candidò al primato con note come questa: “Proporrei quindi di far stampare i libri in carta da cesso, in modo che collocati nelle latrine si possano i libri strappare foglio a foglio o svolgerli a pezzi da rotoletti”. O questa: “Anche il cesso potrebbe servire egregiamente di scuola”.

Articolo uscito su IL di febbraio 2013.

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aprile 28, 2013 at 5:53 PM

Pubblicato su IL, Libri

Indiscrezioni sul Libro del Futuro

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Cabinet_of_Curiosities_1690s_Domenico_RempsNon sarà il Gesamtkunstwerk di Wagner, e non sarà neppure il Livre di Mallarmé. La notizia è ancora confidenziale, ma si può star certi, la via all’“opera d’arte dell’avvenire”, o meglio al libro futuro, l’ha indicata trent’anni fa J. Rodolfo Wilcock. Non ne fece proclami. La consegnò, quasi sbadatamente, al risvolto di copertina dei Due allegri indiani, nell’attesa di un pubblico non ancora nato: “L’opera che qui proponiamo è tutta tesa verso il lettore futuro; non per nulla essa si ispira, sia nel metodo che nella mancanza di metodo, all’esempio cinese di quelle vaste raccolte classiche di fatti curiosi, massime morali, casi storici reali o fantastici e illustrazioni della natura arditamente mescolati e non senza grazia presentati alla rinfusa”. L’attesa potrebbe durare ancora qualche anno o millennio, ma poco importa. Un antenato di cui tener conto, quando si tratterà d’inventarsi una genealogia reale o fantastica per questo Oltrelibro di là da venire, saranno quei gabinetti delle meraviglie secenteschi dove ci si smarriva tra i “curiosa” naturali e artificiali, tra denti di narvalo e orologi meccanici, ossa di mammut e tavolini da tric-trac. Ecco, il libro dell’avvenire sarà una Wunderkammer liberata, infine, dal demone ordinatore dell’enciclopedia. Consumato il tempo dei libri da capire e da decrittare, da ponderare e da sviscerare, da costeggiare docilmente e da seguire al guinzaglio, verrà l’ora dei libri da visitare e da saccheggiare, i libri affollati di reperti ricchi e strani, in cui si possa trascorrere di stanza in stanza senza curarsi della planimetria. Ma prima che questa perorazione lasci la forma della fantasticheria per prender quella, in sé ridicola, del manifesto, veniamo all’occasione che l’ha suscitata: Il calcolo dei dadi, un piccolo libro di Marco Dotti pubblicato dall’editore ObarraO che ha per tema il gioco d’azzardo. Leggi il seguito di questo post »