Archive for the ‘Libri’ Category
Chi vuol salvare la propria faccia la perderà
Judex ergo cum sedebit, quidquid latet apparebit. Quando il Giudice si assiderà, ogni cosa nascosta sarà svelata. Così annuncia il Dies Irae, e messa in questi termini la faccenda suona piuttosto minacciosa. Se però non ci lasciamo suggestionare da tutto quel kitsch medievaleggiante che abbiamo in testa a forza di codici da vinci e nomi della rosa, da tutte quelle schiere nere di monaci incappucciati che intonano il lugubre babau del gregoriano, capiremo che c’è poco da temere dal giorno del Giudizio: lassù nei Cieli le carriere sono separate dall’origine dei tempi, alleluia! Satana è, in ebraico, l’Accusatore, e come non bastasse deve chiedere il nullaosta al padreterno per avviare l’azione penale, che sia per tribolare Giobbe o per “vagliare i discepoli come si vaglia il grano”. Sul banco della difesa sta invece lo Spirito Santo, che il greco della Bibbia chiama il paracleto, e cioè l’Avvocato; dal che si deduce che la bilancia della giustizia ultraterrena pende alquanto sul lato della difesa. La terzietà del giudice non è assicurata, essendo questi tutt’uno con il difensore (è assicurata la sua trinità, che è cosa un po’ diversa). Un grande teologo volle pure ricavarne che, per grazia del divino garantismo, le carceri infernali potrebbero essere vuote, senza bisogno di amnistie a maggioranza qualificata. Così in cielo; quaggiù in terra le cose vanno a rovescio, almeno nella nostra aiuola: le carceri sono infernali proprio perché straboccano, l’accusatore e il giudice vanno assieme a braccetto al circolo del tennis e l’ingranaggio giudiziario ronza così spesso a vuoto che non sappiamo mai cosa partoriranno i suoi stridori, se la verità o l’errore. Leggi il seguito di questo post »
Quell’Accademiaccia brutta. Di Matteo Marchesini
Una discussione del Foglio su Gadda ha risvegliato i miei umori anti-Ingegnere. O meglio antiaccademici: perché da troppo tempo l’espressionismo estrinseco del Carlo Emilio fa venire l’acquolina in bocca al liceale goliardico e al glossatore compiaciuto che covano in molti professori. Secondo me aveva ragione Luigi Baldacci: Gadda è diviso in due, e deve alla parte ottocentesca del suo avo Dossi molto più di quanto si voglia ammettere. Il fatto è che in lui c’è una visibile sproporzione tra le doti del superbo stilista, e le doti (minori) dello scrittore tout court. Ad esempio, gli apologeti della frusta satirica gaddiana dimenticano che i suoi strali consistono spesso di trovate e di tipi già bell’e confezionati e addirittura fumettistici: sono il mero trampolino per i tour de force verbali. In Gadda la palude grottesca che deforma la realtà è la conseguenza di una coatta riduzione a “macelleria” dell’immagine propria e del mondo, ossia la conseguenza di una schizofrenia che produce insieme repressione e trasgressione: è una condanna esistenziale, ma non poggia su un profondo talento da satiro. E infatti, se appena abbandona la putredine, vengono in primo piano la liricheggiante prosa d’arte e la retorica dannunziana, che dai diari di guerra giovanili arrivano a insidiare perfino La cognizione del dolore. Leggi il seguito di questo post »
Strane storie. Il cinema e il “romanzo delle stragi”
Chi ricorda il finale di America oggi (1993), il film polifonico di Robert Altman ispirato ai racconti di Carver? Una moltitudine di personaggi, storie e voci era accomunata, prima dei titoli di coda, da una fragorosa scossa di terremoto che faceva tremare tutta Los Angeles. Se ne parlò, all’epoca, come di un raffinato espediente narrativo, con annesse discettazioni sul postmoderno (allora molto in voga). Allo spettatore italiano, tuttavia, quel finale poteva facilmente ricordarne un altro, di molti anni prima, ambientato non già a Los Angeles ma a Roma: lo scoppio della bomba che riannodava per un istante le vicende dei tre protagonisti di Un sacco bello (1980) di Carlo Verdone. Un’esplosione seguìta dal suono delle sirene che alludeva probabilmente agli attentati dinamitardi al Campidoglio dell’aprile 1979, ma che per il pubblico dell’epoca riportava alla mente molte altre bombe – una lunga sequela di stragi a cui si sarebbe aggiunta, pochi mesi dopo l’uscita del film, quella della stazione di Bologna. Leggi il seguito di questo post »
Adelphi e il “principio di complementarità” editoriale
Adelphi pubblica Giustizia di Friedrich Dürrenmatt, un romanzo quasi giallo dove un consigliere cantonale uccide un illustre germanista sotto gli occhi di tutti e poi ingaggia un giovane avvocato squattrinato perché tenti di dimostrare la tesi paradossale della sua innocenza. Gran bel libro, ma lo aveva già pubblicato Marcos y Marcos nel 2005 (e prima ancora Garzanti nel 1986). Dov’è allora la notizia? Una nuova traduzione? Neppure: è sempre quella, eccellente, di Giovanna Agabio. Stesso romanzo, stessa traduzione. E allora com’è che si ha l’impressione di leggere un libro diverso? La circostanza impone di riconsiderare una vecchia questione, a suo modo appassionante: che cosa accade, a un libro, quando entra a far parte del catalogo Adelphi? Perché qualcosa, questo è certo, accade. Leggi il seguito di questo post »
Invito a cena all’Olympia di Manet. Sui “Ritratti di pittori” di Walser
“Il quadro è di Andrea Appiani e rappresenta il Parnaso, ovvero il bunga bunga del 1811. Quello là sono io, e questo si chiama Mariano Apicella”. Ecco, quando si tratterà di far capire qualcosa dell’Italia di Berlusconi a chi non c’era o a chi è arrivato tardi, scordiamoci pure delle mille barzellette improvvide o scemotte, ma non di questa didascalia fornita nel giugno scorso a Netanyahu ospite a Villa Madama, né dei pubblici biasimi che suscitò. C’è dentro tutto, ad avere occhi per vedere: il paradosso vivente di un Duchamp nazional-popolare (oggi il solo modo per salvare la Gioconda è farle un paio di baffi), la parodia di dissacrazione cui fa il verso una parodia d’indignazione, la carcassa vuota della solennità istituzionale abitata ormai da un’operetta alla Offenbach dove gli dèi ballano il can-can. Ma chissà che la battuta su Berlusconi e Apicella ignudi tra le Muse non dica qualcosa anche di Appiani e del neoclassicismo, e di quell’arte che riusciva a tenere assieme, come sul punto di scoppiare in una risata, il dio Apollo e Napoleone. Leggi il seguito di questo post »
Tre libri perduti o sognati
Chi abbia anche solo sfogliato la Biblioteca di Fozio, «patriarca recensore» di Costantinopoli, o il catalogo ottocentesco dei Livres perdus et exemplaires uniques dei due bibliografi francesi Joseph-Marie Quérard e Gustave Brunet sa bene che tra gli «stati molteplici dell’essere» in cui può collocarsi un libro, il più grossolano e vile è senz’altro quello dell’esistenza empirica. L’esser stampato, per un libro, equivale alla Caduta nel tempo: il codice Isbn è il marchio dei dannati. Un libro perduto è invece un libro redento, giacché è riconsegnato felicemente al mondo dei possibili. A quel mondo acquatico di pura potenza, d’altronde, si rivolgevano gli editori del Cinquecento quando, per sfuggire alla censura ecclesiastica, indicavano Atlantide come luogo di stampa. Ebbene, il continente sommerso è il luogo di stampa dei tre libri – perduti o sognati – di cui si fornisce, qui di seguito, una breve scheda bibliografica. Sono tre operette satiriche sulla nostra vita culturale, e c’è da credere che si siano rifugiate loro stesse nei giardini della preesistenza, così da scampare all’orrore che ci circonda. Leggi il seguito di questo post »
Non ci fanno, ci sono. De Cataldo e l’ideologia dei magistrati
Non chiamiamola facc
ia di bronzo, per quanto forte sia la tentazione, e quella falsa saggezza tutta inquisitoria secondo cui a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca lasciamola alle anime grigie e incattivite. Resta però il problema di spiegare in qualche altro modo fenomeni curiosi come l’indignazione civile di Ilda Boccassini per le intercettazioni pubblicate sui giornali, il richiamo alla serietà rivolto ai media qualche mese fa da Antonio Ingroia per la “kermesse” scatenata intorno al caso Ciancimino, le doglianze dei pm del processo Meredith per l’intollerabile “pressione mediatica” e la “Caporetto dell’informazione”. Sembra di capire che per certi magistrati il vento dei media sia buono o cattivo a seconda che soffi in poppa o schiaffeggi la prua. Qualcosa non torna, ed è lo stesso qualcosa che non tornava già nel caso Tortora, grande prova generale dei tempi nuovi. Dopo l’assoluzione in appello, quand’era in corso la campagna referendaria per la responsabilità civile dei magistrati e l’immagine della Procura di Napoli certo non rifulgeva, un giudice si lagnò con i giornali perché “quel maledetto processo” aveva turbato il “buon modo silenzioso di amministrare la giustizia”. Leggi il seguito di questo post »
Friggendo l’aria, abbiate cura di allungare il brodo
Tempo fa, invocando l’autorità di George Carlin, esortavo a non eccedere nelle ridondanze pleonastiche di troppo. Non sempre è facile, per carità: tenere la lingua o la penna a freno per alcuni è più arduo del coitus interruptus. Però ci sono contesti nei quali non c’è niente da fare, allungare il brodo non si può e non si deve, lo spazio a disposizione è poco e bisogna concentrare quante più informazioni possibile in un pugno di parole. Per esempio in un sms, in un tweet, nel messaggio lasciato in una segreteria telefonica, in un haiku, in un sonetto, in un comunicato pubblicitario. O sulla quarta di copertina di un libro.
La collana delle Vele di Einaudi ha questa caratteristica: oltre alla quarta, anche la copertina ospita una breve presentazione del libro. Meno di trecento battute, pensate per prendere al laccio il lettore dubbioso. Ecco, per esempio, il fulminante biglietto da visita di un libro appena uscito, Pensare l’Italia di Ernesto Galli della Loggia e Aldo Schiavone. Leggi il seguito di questo post »


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