Il bacio, arma di confusione di massa
Peccato che le citazioni false siano false, perché spesso offrono imbeccate a cui è doloroso rinunciare. Come questa, attribuita a Henri Cartier-Bresson: «Una fotografia è un bacio oppure uno sparo». La frase originale è ben diversa (il fotografo disse che la sua Leica era «come un caldo bacio, come un colpo di pistola e come il lettino dello psicoanalista»), ma teniamoci stretta la versione apocrifa: è la didascalia ideale per la foto della manifestante No Tav immortalata mentre bacia sulla visiera un poliziotto in tenuta antisommossa, lo scorso 16 novembre in Val di Susa, salvo rivelare di lì a poco che si trattava di un gesto di disprezzo, di una provocazione. La ragazza, una ventenne di nome Nina De Chiffre, ha dissipato l’equivoco in meno di quarantott’ore, a differenza di Caroline de Bendern — la Marianna del maggio parigino fotografata mentre svettava sulla folla sventolando una bandiera vietnamita — che aspettò la bellezza di trent’anni prima di confessare che: primo, era salita sulle spalle di un amico perché non ne poteva più di camminare (ma in cambio le avevano appioppato la bandiera); secondo, aveva messo su quella faccia ispirata e solenne perché, da mannequin qual era, si era accorta di stare sotto l’occhio dei fotografi.
Lunga è la storia del bacio politico — dal bacio-manifesto al bacio-sparo, passando per il bacio che suggella un’alleanza — lunga almeno quanto la storia dei fraintendimenti a cui si è prestato, dei generosi abbagli che ha suscitato. Continua a leggere su La Lettura
Neolingua della politica italiana
Il linguaggio pubblico si è fatto più sudicio delle stalle di Augia, e non c’è Ercole che possa sobbarcarsi in un giorno la fatica delle pulizie, tanto l’aria è appestata da parole vane, sciocche, inutilmente astruse o anche soltanto brutte. Un fiume purificatore dovrebbe spazzar via le mille locuzioni stereotipate (la schiena dritta, il ditino alzato), le parole svuotate da un uso inflazionistico (golpe, fascismo, comunismo), gli accoppiamenti pregiudiziosi (liberismo selvaggio, garantismo peloso), la partenogenesi dei neologismi (malpancista, doppiopesista). Ma queste non sono che mosche, per restare al mitologico letamaio. Perché a intasare le stalle nazionali sono parole ben più ingombranti, che ostruiscono il linguaggio ma soprattutto il pensiero, e che generano senza tregua malintesi, equivoci, ambiguità. Alcuni se ne servono con malizia, altri soggiacciono al loro incanto senza colpa. La confusione delle lingue, intanto, non fa che crescere.
Nel 1799, a Venezia, il gesuita Ignazio Lorenzo Thjulen pubblicò il Nuovo vocabolario filosofico-democratico, un pamphlet antigiacobino nel quale sosteneva che la Rivoluzione era stata più perniciosa del castigo di Babele, avendo confuso non solo le lingue ma anche le idee. La parte più consistente del dizionario si intitolava appunto «Vocaboli che hanno mutato senso, significazione ed idea», ed era un primo esperimento di Newspeak orwelliano, dove ogni termine finiva per designare il suo contrario: «Molti popoli, ingannati da falsi vocaboli e mal intesi, hanno corso dietro a tutto ciò che in realtà detestavano».
Qui non c’è stata nessuna rivoluzione, ma un po’ di ordinaria pulizia non guasta. Leggi il seguito di questo post »
Te lo do io il Messico!
Direte che si finisce sempre per dar la colpa a Beppe Grillo, ma nel mio caso non ho dubbi: tutto è cominciato, trent’anni fa, con Te lo do io il Brasile, il ciclo di «appunti di viaggio» un po’ cialtroni trasmessi dalla Rai dove il comico si aggirava tra caschi di banane, mulatte formosissime e ballerini di samba. È da allora che ho preso a pensare all’America Latina come a una gigantografia iperrealista dell’Italia, una grandiosa parodia dei caratteri nazionali. Laggiù il calcio era più calcio che da noi, la tv se possibile più carnevalesca e melodrammatica, l’erotomania più pervasiva, la politica più capricciosa e pittoresca, il populismo più straripante, la sinistra (quella marxista) perfino più tarda di riflessi della nostra. Insomma, mi ero messo in testa un bel po’ di stereotipi, ed ero ormai sulla buona strada per correggerli, quando mi sono imbattuto nel nuovo libro di Gabriel Zaid e ci sono ricaduto appieno. Dinero para la cultura (Debate) raccoglie quarant’anni di interventi dello scrittore messicano, comparsi per lo più su «Vuelta», la storica rivista di Octavio Paz, e sulla sua erede «Letras Libres», il cenacolo più prestigioso dei liberali latinoamericani (quattro gatti, come da noi). Il filo conduttore è il modo in cui la cultura si finanzia e si organizza. Te lo do io, il Messico! Zaid racconta di un paese dove alla corte di uno Stato mecenate è cresciuta una «fauna parassitaria» di burocrati tonti, mediocri di talento e sindacati irresponsabili; dove l’istruzione superiore produce in serie ignoranti che non sanno neppure di non sapere; dove abbondano i libri mal tradotti, mal curati, imbottiti di refusi, da chiedersi se l’editore li abbia aperti prima di darli alle stampe; dove le istituzioni culturali «sprecano milioni in annunci narcisisti privi della minima informazione pratica», tanto per far sapere che esistono e fanno cose belle; un paese dove il giornalismo culturale sguazza nell’approssimazione, e dove uno scrittore con il debole per il copia-e-incolla può difendere impunemente plagi mastodontici come «omaggi»; dove i premi letterari non sono che dispendiosi strumenti di pubbliche relazioni; dove gli sconti delle grandi catene creano distorsioni nel mercato del libro, ma i librai e i piccoli editori non trovano di meglio che invocare il protezionismo. Ecco, mi sono detto, un’Italia in formato gigante, una caricatura ammonitoria e feroce. Tutto corrisponde, anzi quasi tutto. Sapete cos’è che ci manca? Un Gabriel Zaid che ci metta allo specchio. Leggi il seguito di questo post »
Metafisica del processo e oblio dell’imputato
Far pace con l’idea che siamo cugini degli scimpanzé è difficile, ma mai quanto ammettere di aver vissuto in un paese i cui destini sono stati appesi per anni a un magistrato che, alla domanda su cosa sia l’errore giudiziario, risponde così: “Io accuso lei di omicidio e il ‘morto’ è vivo. Questo è un errore giudiziario”. Definizione alquanto restrittiva, da cui si deduce che l’ultimo infortunio risale agli anni Cinquanta del secolo scorso: il caso di Salvatore Gallo, condannato all’ergastolo per aver ucciso il fratello che però – sorpresa! – era vivo e pimpante. E va bene che Di Pietro, cugino anch’egli degli scimpanzé, non ha troppa dimestichezza con i rami della scienza giuridica; ma la riluttanza a riconoscere la possibilità stessa dell’errore, se non come ipotesi di scuola, è confermata da esemplari più evoluti della specie togata. Leggi il seguito di questo post »
Lager Gomorra. Roberto Saviano lettore di Primo Levi
Per diventare cuoco ad Auschwitz devi saper tirare di boxe, spiegò a Primo Levi un medico ungherese dopo l’arrivo nel campo, perché ti capita di dover stendere a pugni chi allunga le mani sui viveri. Chissà, dopo un tale apprendistato, come Levi avrebbe schivato il micidiale uno-due che gli è piovuto addosso in questi giorni. Prima Gad Lerner che gli mette in bocca l’espressione “razza ebraica”, un colpo sotto la cintola di quelli che l’arbitro dovrebbe espellerti da tutti i ring del regno; poi l’abbraccio di un pugile più leale, Roberto Saviano – ma un abbraccio nella boxe è insidioso, serve a impacciare i movimenti dell’avversario. L’occasione è l’audiolibro di Se questo è un uomo letto da Saviano, di cui Repubblica ha anticipato, il 6 novembre, uno stralcio dell’introduzione. Prendiamone una frase, una citazione di Philip Roth su Levi: “Dopo averlo letto non puoi più dire di non esserci stato ad Auschwitz. Non vieni soltanto a conoscenza di quello che è successo, ma sei lì”. Davvero Roth disse questa frase? Lo stesso Saviano ne dubita, tanto che confessò a Enzo Biagi di crederla una leggenda. Ma è una leggenda che gli è cara, e che ama ripetere spesso, anche in una variante estrema (non si può dire “di non essere stati in fila fuori da una camera a gas”). E non c’è da stupirsene, già che questo Roth dal suono apocrifo sembra tagliato su misura per la retorica della testimonianza dell’autore di Gomorra: l’idea cristologica dello scrittore che si cala negli inferi con tutti e cinque i sensi e ne emerge per donare ai lettori la “presenza reale” della parola. Leggi il seguito di questo post »
Gad Lerner e il porto abusivo di Primo Levi
Sono rapaci, le dicerie: scelgono una preda, la braccano, la spolpano, vi si accaniscono finché non se ne annoiano, poi la lasciano lì a marcire e via, a inseguirne un’altra. Questo non toglie che vi siano specie prese di mira più di altre. “L’eterno ritorno delle voci è il destino dei capri espiatori”, scriveva Jean-Noël Kapferer in un libro sui più antichi media del mondo, Le voci che corrono. “In Occidente gli ebrei hanno costituito il modello ideale di capro espiatorio, il bersaglio immediato delle voci: dal presunto avvelenamento dei pozzi durante le epidemie di peste dal 1348 al 1720 fino al sospetto di omicidio rituale”. Il libro è del 1987, e Kapferer poteva ancora illudersi che il destino naturale delle voci fosse quello di spegnersi: non immaginava certo il giorno in cui sarebbero rimaste impigliate in eterno nella rete. Leggi il seguito di questo post »
Pifferi e tromboni
Chi ben comincia è già a metà dell’opera. Gran bella frottola, e che sia attestata in Orazio non la rende meno frottola. Soprattutto, un alibi formidabile per noi pigri. Io, per esempio, ho un carnet di titoli eccellenti per libri che non scriverò mai. Due riguardano gli intellettuali italiani nell’ultimo ventennio. Il primo si riallaccia a Julien Benda: Il rodimento dei chierici. Si tratterebbe di mostrare come le passioni politiche, via via degenerate in accanimenti, poi in ossessioni, infine in ripicchi e capricci puerili abbiano portato all’accartocciarsi su di sé, se non all’incarognirsi, di scrittori un tempo stimabili (l’esempio più doloroso è la prosa ormai ideologicamente e stilisticamente rattrappita di un Cordero). L’altro libro congetturale, Compagni che sballano, dovrebbe invece descrivere l’effetto blackjack per cui molti intellettuali di persuasioni un tempo robuste, nel vano tentativo di battere il banco, hanno giocato a vanvera tante di quelle carte da perdere la posta; la posta, s’intende, del loro senno e di quel che restava della loro credibilità (vedi Asor Rosa che chiama il 112). Leggi il seguito di questo post »
Book Bloc. Unite i puntini e chiamate l’Esorciccio
Un’edizione aggiornata del De exorcizandis obsessis a Daemonio, antico manuale per esorcisti, dovrebbe tener conto di quella scena dell’Esorciccio (1975) in cui Ciccio Ingrassia scacciava lo spirito immondo con l’ausilio di un testo sacro. La Bibbia? No, il Libretto rosso: «In nome di Mao ti espello!». I tempi sono cambiati, oggi ci si raduna brandendo l’Agenda rossa di Borsellino o perfino la Costituzione, ma non c’è scampo: ogni libro sventolato in piazza diventa un Libretto di Mao, un feticcio tribale, bene che vada un catechismo laico. Nel novembre 2010, mentre si discuteva la riforma Gelmini, scesero in piazza direttamente i libri: gli studenti manifestavano dietro scudi di gommapiuma con sopra il titolo di un testo ispiratore. Qualcuno li chiamò «Book Bloc», e dall’Italia l’usanza pittoresca si è diffusa un po’ ovunque in Europa e in America. Un libro a cura di Michela Carpi (Book Bloc. Le voci della protesta, da Omero a Wu Ming, Lantana editore) raccoglie cento dei titoli arruolati, ed è un documento prezioso per orientarsi nel retroterra culturale dei manifestanti. Un precedente c’è. Nel trentennale della contestazione, Manifestolibri pubblicò I libri del 1968. Una bibliografia politica. Se ne deduceva che le letture dei sessantottini erano tenute insieme da una coerenza ferrea: marxismo vecchio e nuovo, psicoanalisi da liberazione sessuale, un po’ di cattolicesimo del dissenso. Cosa rivela la bibliografia vivente dei Book Bloc? Tolti i vangeli superstiti di vecchie lotte, come Marcuse e Debord, è pressoché indecifrabile. Alcune linee guida s’intravedono, non esaltanti – fantascienza distopica, fumettoni «antagonisti», midcult feltrinelliano alla Pennac – ma per il resto i cento titoli sembrano altrettanti estranei intrappolati in un ascensore guasto. Che ci fa lì in mezzo il povero Borges del Manuale di zoologia fantastica? Lolita con Harry Potter? Chesterton e il Kamasutra? La fattoria degli animali di Orwell con Casino totale di Izzo? Uno, nessuno e centomila di Pirandello cos’è, uno slogan delle «moltitudini» contro l’Impero? Scartando un comun denominatore troppo stupido per essere vero («noi siamo la cultura, la bellezza e la fantasia, voi siete il liberismo che ci strangola»), vien voglia di stanare la logica profonda di questi accostamenti. Ma comunque si uniscano i puntini, ne sortiranno costellazioni deliranti: «Lottiamo per il diritto all’amplesso di massa, cattolico e magico, con unicorni dodicenni». C’è davvero da chiamare l’Esorciccio. Leggi il seguito di questo post »



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