Archive for the ‘Libri’ Category
Lost. Analisi di un fenomeno (non solo) televisivo
Arriva in libreria Lost. Analisi di un fenomeno (non solo) televisivo, a cura di Romana Andò, Bonanno editore (232 pagine, 20 euro), il primo serio tentativo di fare i conti con quella che per molti di noi è stata a lungo un’ossessione prossima alla tossicomania. Per parte mia, ho capito di esserne uscito quando frasi come “secondo me il mostro di fumo nero è in realtà il finto John Locke”, pronunciate per mesi con la massima serietà a conversazione con altri tossicomani, mi sono sembrate, di colpo, completamente demenziali. Lo erano.
Ora, di grazia, ne sono fuori (salvo ricadute), John Locke è tornato a essere John Locke, ma non potrò mai più leggere il Saggio sull’intelletto umano senza immaginarmi, sotto la lunga secentesca parrucca del filosofo, la testa pelata di Terry O’Quinn. Temo che sia lo stesso per gli altri autori del libro – Boccia Artieri, Buonanno, Ciofalo, Gianturco, Leonzi, A. Marinelli, G. Marinelli, Valeriani, Vellar – tra i quali ci sono alcuni Lost-dipendenti riabilitati (non dirò quali per le ovvie ragioni di riservatezza che impongono le informazioni cliniche). Leggi il seguito di questo post »
Giudici a fumetti. Camilleri, Lucarelli, De Cataldo
Due parole, intanto, per sbrigare la pratica strettamente recensoria: Giudici (Einaudi), terzetto di racconti giudiziari di Andrea Camilleri, Giancarlo De Cataldo e Carlo Lucarelli, è un brutto libro. Sono racconti sintetici, ma non nel senso della brevità, nel senso della plastica. Il giudice di Camilleri, un piemontese mandato in terra di mafia appena dopo l’Unità d’Italia, è una rifrittura dello stereotipo del funzionario schivo e integerrimo, e per umanizzarlo lo scrittore di Porto Empedocle non trova di meglio (santo cielo) che attribuirgli un debole per i cannoli siciliani. Lucarelli, dei tre il più plasticoso, s’inventa una giudice ragazzina presa nella trappola della strategia della tensione all’alba della strage di Bologna, e per calarci nell’estate del 1980 tutto quello che sa fare è frugare nel palinsesto Rai e nei juke-box dell’epoca: due strofe di Gianni Togni, e lo scenario è allestito. De Cataldo escogita un’ingarbugliata variazione sul tema di In nome del popolo italiano (debitamente citato, en passant) dove un buon giudice deve vedersela con un sindaco berluscomorfo, furbo e maneggione ma ahimè anche simpatico. Il racconto non parte male, poi dei carabinieri si mettono a cantare su un ritmo hip hop “Lasciate ogni speranza, oh yeah, o voi ch’entrate” e anche De Cataldo va a farsi benedire. Leggi il seguito di questo post »
La sai quella del francese al Polo Nord?
Com’era quella dell’italiano, del tedesco e del francese al Polo Nord? Probabilmente non esiste, ed è meglio così, ma non è azzardato supporre che il carattere nazionale, al pari di certe sostanze chimiche, manifesti le sue proprietà solo in condizioni termiche estreme. Nei paesaggi più inospitali, diceva Flaiano, l’italiano rivela la funzione assegnatagli nel grande disegno della creazione, che è quella di togliere alla natura la sua solennità: “Prendete il Polo Nord: è abbastanza serio preso in sé. Un italiano al Polo Nord vi aggiunge subito qualcosa di comico, che prima non ci aveva colpito. Il Polo Nord non è più serio”. Due connazionali s’incontrano tra i ghiacci artici – “Dottore!” “Ragioniere!” – e il sublime iperboreo va a farsi benedire. I tedeschi invece, basta dare un’occhiata al Mare di ghiaccio del pittore romantico Caspar David Friedrich per convincersene, a quelle temperature danno il meglio di sé, anzi si può supporre che sia stato loro affidato il ruolo complementare: togliere alla natura ogni sospetto di comicità. E i francesi? “Tutti eunuchi, o molto o poco”, diceva Alfieri in un perfido epigramma del Misogallo, e in effetti lo stereotipo li vuole eleganti fino alla leziosità, eloquenti fino alla chiacchiera, leggeri fino alla frivolezza: difficile che resistano al gelo boreale. Leggi il seguito di questo post »
Alessandro Zaccuri su “Mistica senza Dio” di Fritz Mauthner
Si cerca di fare il giro più largo, ma poi è sempre lì che tocca fare tappa. In Mitteleuropa, nell’inquieto primo Novecento: nel tempo e il luogo in cui la modernità si trasfigura, rivoluzionando le tradizioni conosciute e istituendone di nuove, prima fra tutte la psicoanalisi. È un’epopea contraddittoria e fastosa, di cui crediamo di conoscere bene ogni antieroe, ma che può ancora riservare incontri sorprendenti.
Come quello con Fritz Mauthner, morto nel 1923, a 74 anni, dopo aver portato a termine una serie di opere ambiziose, tra le quali spicca l’imponente Storia dell’ateismo in Occidente che il lettore italiano può consultare online sul sito dell’Uaar. Esatto, l’Unione atei e agnostici razionalisti, quelli che non perdono occasione per polemizzare con la Chiesa. Ma attenzione, perché Mauthner non fu un ateista «prêt-à-penser» come quelli che vanno per la maggiore oggi. Più incline alla complessità che alla semplificazione, si definiva «miscredente devoto». Leggi il seguito di questo post »
Shoah, Olocausto, Auschwitz. Sui nomi dello sterminio
Chissà cosa sarà passato per la testa, ai funzionari del ministero dell’Istruzione francese, mentre decidevano di accantonare la parola Shoah nei manuali scolastici in favore del lindo e burocratico anéantissement, che sa appunto di circolare ministeriale, e che sarebbe piaciuto ad Eichmann. Forse avranno pensato che una denominazione comune, tale da includere ebrei e zingari, richiedesse un comun denominatore, e che annientamento potesse tenere assieme Shoah e Porraimos, “divoramento”, la parola con cui sinti e rom designano la catastrofe. Ineccepibile, dal punto di vista matematico; imperdonabile, se pensiamo a quanto delicata sia da sempre la questione del nome. Nominare è ben più che etichettare, è fornire un embrione d’interpretazione: non per caso James E. Young scelse come epigrafe al suo saggio sui nomi dello sterminio la frase di Vico secondo cui ogni metafora è una “picciola favoletta”, un mito condensato. Leggi il seguito di questo post »
In terra caecorum. Racconti dal regno dell’oscurità
L’epica è invenzione di un cieco, sarà per questo che è così difficile vederci chiaro. I suoi confini sono alquanto nebbiosi: che cosa deve avere, un racconto, perché si possa definirlo epico? Concilii di dèi e discese al regno dei morti, cataloghi di navi e descrizioni di scudi? Si potrebbe almanaccare all’infinito. Ma se accettiamo di andare a orecchio, un buon criterio c’è: un racconto epico lo si riconosce, infallibilmente, al suono del suo incipit. Apriamo due libri gemelli che quasi di certo non sanno della loro parentela. Il primo è Cecità di José Saramago: “Il disco giallo si illuminò. Due delle automobili in testa accelerarono prima che apparisse il rosso. Nel segnale pedonale comparve la sagoma dell’omino verde”. A orecchio, non è epica: il lettore si trova scaraventato senza troppi riguardi in mezzo a una strada, al semaforo, in un mondo con cui fatica a prender confidenza. E quando vedrà gli abitanti di questo mondo sprofondare nell’universale cecità, ci metterà un po’ a capire che la cosa riguarda anche lui. Leggi il seguito di questo post »
Uomini in gabbia? Qualche argomento per l’abolizione delle carceri
Quando si tratta di trovare soluzione ai problemi della vita associata, la specie umana oscilla inspiegabilmente tra genialità e dabbenaggine. Abbiamo inventato i viaggi in aeroplano, ma solo di recente siamo arrivati a concepire il trolley, i cui presupposti tecnici (recipiente di qualche tipo più ruota) c’erano già nel tardo Neolitico. Sono ormai le immagini satellitari ad avvisarci delle piogge imminenti, ma per ripararci non siamo riusciti a immaginare di meglio dell’ombrello, un utensile tutto spunzoni, impiccioso e potenzialmente omicida. Allo stesso modo, abbiamo edificato sistemi giuridici sontuosi e raffinati, ammirevoli per saggezza e capacità di accomodarsi alla varietà delle faccende umane, ma al momento di applicare la pena siamo ancora fermi al più grossolano dei rimedi: sbattere i nostri simili in gabbia. I posteri – sempre che il mondo non sia destinato a diventare una vasta prigione a cielo aperto – si meraviglieranno, c’è da giurarci, di questa lampante contraddizione. La scienza giuridica è giunta a distinguere con sottigliezza i diversi gradi della responsabilità, a codificare le sfumature dell’imputabilità, a delimitare i confini esatti del reato. Ma al momento di punire si va all’ingrosso: che ci sia colpa o dolo, che sia un delitto di sangue o un reato fiscale – sempre in gabbia si va a finire, e per il resto è solamente affare di computo d’anni o di mesi. Leggi il seguito di questo post »
La fisica dei soliti stronzi. Un omaggio a Berselli
Bella promessa, solito stronzo, venerato maestro. Il cursus honorum dell’intellettuale italiano così come descritto da Berselli (sulla scorta di Arbasino) si arresta in genere alla seconda tappa. Ma la trasformazione da bella promessa in solito stronzo ha un elemento arcano e imponderabile. Per descriverla Berselli dovette ricorrere alla letteratura fantastica ottocentesca: Jekyll mutato in Hyde, il ritratto di Dorian Gray che vira verso una “insopportabile quanto prevedibilissima stronzaggine”. L’intuizione è preziosa, e per questo occorrerebbe farla uscire dalla fase prescientifica, condurla dal mondo del pressappoco all’universo della precisione: dall’alchimia trarre una chimica, o meglio una fisica dei passaggi di stato – solido, liquido, gassoso. Come si diventa soliti stronzi (SS), da belle promesse (BP) che si era? Leggi il seguito di questo post »
Il discount degli anni di piombo. A margine del caso Battisti
Il caso Battisti – con rispetto parlando – è il discount degli anni di piombo: un terrorista di seconda scelta, affiliato a un gruppo rivoluzionario di sottomarca, da fuggiasco diventa scrittore non proprio di prim’ordine e in sua difesa si anima una campagna condotta per lo più con argomenti-patacca. Bernard-Henri Lévy, Fred Vargas e compagnia hanno offerto un’imitazione di bassa fattura degli intellettuali dreyfusardi; Lula e Tarso Genro la brutta copia della sinistra latinoamericana in lotta con le dittature, dunque la parodia dei sé stessi che furono. E per farsi un’idea dei suoi più agguerriti difensori italiani, basterà dire che sono arrivati ad accostare “la nuda vita di Cesare Battisti” al corpo di Stefano Cucchi “esposto alla violenza dello Stato”. Ovunque si frughi, è tutto robaccia e bigiotteria. È taroccata l’immagine dell’Italia come Stato di polizia fascista retto da tribunali speciali. Ed è assai sospetta l’elevazione di un “malavitosetto” (così il suo mentore Arrigo Cavallina) a figura simbolo degli anni di piombo. Ma sono da discount della coscienza civile anche i ministri che hanno invitato a disertare i mondiali in Brasile o le vacanze a Bahia, il sindacato di poliziotti che ha pubblicato la lista dei firmatari degli appelli pro-Battisti per spronare al boicottaggio, l’assessore veneto che ha esortato le biblioteche a non diffondere tra i giovani i loro libri “diseducativi”. Non c’è niente di serio, nel caso Battisti. Salvo, va da sé, una lunga scia di cadaveri. Leggi il seguito di questo post »
I “terruncielli” dello Slow Food letterario. Longo, Camilleri, Niffoi
Che l’angelo Moroni sia tornato tra i mortali? Nel 1823 era apparso in visione al profeta Joseph Smith, fondatore della chiesa dei mormoni, e lo aveva guidato a delle sacre tavole d’oro incise in un fantomatico “egiziano riformato”, la lingua dei primordiali abitatori del continente americano, discendenti dalle tribù perdute di Israele. Ora tutto lascia supporre che il messaggero celeste si sia rifatto vivo con lo scrittore ischitano Andrej Longo, e gli abbia dettato un intero romanzo in “napoletano riformato”, o meglio in un intreccio di cinque o sei dialetti del Sud – “una lingua che l’autore stesso dice di non aver costruito a tavolino, ma di avere ‘sognato’”, si legge nel risvolto di copertina di Lu campo di girasoli (Adelphi). A Joseph Smith l’angelo Moroni aveva dato anche degli occhiali prodigiosi, che consentivano di tradurre dall’egiziano riformato in inglese. Con Longo non è stato altrettanto generoso, e il lettore poco familiare con questa Ursprache panmeridionale deve aggrapparsi agli scampoli di parole moderne che vi restano impigliati qua e là: “Lu motoscooter cu li tre vuaglionni si attravirsava senza prescia lu bosco di aulivi, da sotto lu Muntagnone”; a “lu party” c’era “lu sfriccicamiento de li luminari elettronici”, ed è facile intuire a cosa si riferiscono “lu tilefono”, “la tilivisione” e “lu peroncino”. Ma per lo più lo scenario è arcaico e fiabesco, fatto di feste del Santo, tammorre, personaggi che si chiamano Cicciariello o Capa di Ciuccio ed enigmatici sparvieri che appaiono nel cielo come presagi. Leggi il seguito di questo post »
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