Guido Vitiello

Nouvelle Vague Palermitana

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Cah2Chi vorrà scrivere un giorno la storia della Nouvelle Vague Palermitana, l’avanguardia cinefilo-giudiziaria inaugurata negli anni Novanta dai “giovani turchi” della procura guidata da Caselli, non trascuri l’almanacco del cinema di MicroMega, che potremmo ribattezzare i Cahiers de la Tricoteuse. Certo, i nomi sulla copertina di quest’anno – Ken Loach, Paolo Sorrentino, Roberto Scarpinato, Wim Wenders – fanno pensare al gioco dell’intruso; ma l’intruso non è affatto tale, e anzi il breve scritto del procuratore generale, “Mafia in cerca d’autore”, si presta a esser letto come i classici interventi di Godard e di Rivette sui Cahiers du Cinéma. Lo scrupolo storiografico impone di riconoscere che il padre della Nouvelle Vague giudiziaria è Antonio Ingroia. Nel giugno del 2009 il “magistrato cinefilo” (la definizione è sua) aveva animato a Palermo un convegno sulla rappresentazione della mafia nel cinema e nella fiction, e ne era nato un numero speciale del mensile Duellanti dove lo stesso Ingroia, Scarpinato e l’allora procuratore di Torre Annunziata Raffaele Marino formavano un insolito pool di critica cinematografica. Ma è Scarpinato l’intellettuale del gruppo, ed è ai suoi scritti che dobbiamo rivolgerci per conoscere la poetica dell’avanguardia palermitana.

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Il liberale che non c’è. Manifesto per l’Italia che vorremmo

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cover_liberaleVent’anni fa, caduti i muri mentali e fisici, ci dicevamo tutti liberali. Poi, in seguito alla crisi finanziaria mondiale, abbiamo cominciato a imprecare contro il mercato, la finanza e il neoliberismo. Il che è alquanto paradossale in un Paese come il nostro che è sopraffatto da lobby, corporazioni, protezionismi, e che una «rivoluzione liberale» non l’ha mai conosciuta. Tuttavia, sarebbe un errore pensare che il problema sia solo economico o politico: si tratta anche di un deficit storico di cultura liberale, che ci rende diversi dalle altre realtà occidentali. Questo libro si propone di offrire una radiografia minima e documentata di questo nostro ritardo culturale, attraverso una disamina dei settori più importanti della società. Con stile semplice ma rigoroso, gli autori dei singoli capitoli, appartenenti a diverse generazioni, accademici e non, ci accompagnano nella scoperta di quello che siamo, mostrandoci come la soluzione dei problemi può nascere solo da uno sforzo di volontà collettivo.

Introduzione di Corrado Ocone • Ideologia italiana di Dino Cofrancesco • Stato di Giuseppe Bedeschi • Costituzione di Marco Gervasoni • Giustizia di Guido Vitiello • Scuola di Giancristiano Desiderio • Informazione di Giovanni Sallusti • Questione femminile di Laura Zambelli Del Rocino • Bioetica di Luisella Battaglia • Federalismo e tasse di Luigi Marco Bassani • Europa, Europeismo, Euro di Paolo Savona

Il liberale che non c’è. Manifesto per l’Italia che vorremmo, a cura di Corrado Ocone, Castelvecchi, 2015, 126 pagine.

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gennaio 1, 2015 at 10:35 am

Pubblicato su I miei libri

La palma giudiziaria va a nord

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palmavaanordLa linea della palma che sale verso nord è ormai un luogo comune giornalistico, e i luoghi comuni sono più affollati dei centri commerciali nei giorni di Natale. Che si tratti di denunciare le infiltrazioni della criminalità organizzata in Lombardia o in Veneto, gli affari di cupole e cupolette locali, le connivenze più alte tra Cosa Nostra e istituzioni o, in queste settimane, le trame di Mafia Capitale, è sempre a quella pagina del Giorno della civetta che si torna, e all’immagine dell’Italia che metro dopo metro si va trasformando in una vasta Sicilia. Tutti, all’occasione, evocano Sciascia e la sua palma, da Saviano a Caselli a Camilleri. Professionisti e dilettanti dell’antimafia ne hanno fatto in questi anni una delle metafore portanti del discorso sulla trattativa, e qualche giorno fa sul Fatto quotidiano Antonio Ingroia l’ha usata di nuovo per tendere un cavo da funambolo tra l’inchiesta di cui fu titolare e quella della Procura di Roma. Buon ultimo Francesco Merlo su Repubblica, in un commento grondante pregiudizi e trivialità sul meridione, ha precisato che Mafia Capitale “non è la sciasciana linea della palma che sale verso nord, ma è la geografia che scende. È Roma che, smottando verso sud, è ormai diventata mezzogiorno di suk e di illegalità” (la frase di tutta evidenza non vuol dire nulla, ma rivela se non altro che una personale linea della palma insegue Merlo come la nuvola di Fantozzi: tanti anni a Parigi non gli sono bastati a lasciarsi alle spalle la prosa vuota e ampollosa dell’avvocato siciliano caricaturale). Leggi il seguito di questo post »

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dicembre 28, 2014 at 1:40 PM

Sul garantismo grammaticale (e sui dolcetti di Dacia Maraini)

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7360716.3In questi tempi civili e illuminati non sbattiamo più il mostro in prima pagina; piuttosto, sbatteremmo il presunto mostro in prima pagina, secondo le ipotesi degli inquirenti. È l’epoca del garantismo grammaticale, delle formule di attenuazione, delle perifrasi cerimoniose, delle frasi dubitative, degli eufemismi e delle litoti cortesi. Al cuore di questo galateo giornalistico dove la presunzione d’innocenza è ridotta a bienséance, a buona maniera da osservare, sta un tipo di condizionale che i linguisti, con un bel nome che pare preso dal codice penale, chiamano “condizionale di dissociazione”. È quello che consente di prendere le distanze da una notizia non ancora verificata: la donna avrebbe mentito sul suo alibi, ci sarebbe anche un complice, e così via. Non scopro nulla, è un uso ben noto nell’italiano giornalistico che si deve allo scrupolo di correttezza e ancor più alla preoccupazione di evitare querele. Ma leggendo la cronaca nera e la giudiziaria viene il dubbio che ci sia sotto qualcosa d’altro. Fate un semplice esercizio, ripercorrete gli articoli di questi giorni sul caso di Loris Stival, che per un garantista suscita crucci non certo solo grammaticali. Ebbene, se tendete l’orecchio sentirete, dietro ogni condizionale, un indicativo imbrigliato, o malamente camuffato. Si lanciano le congetture più spericolate, le illazioni più selvagge, si evocano a vanvera mitologia e psicoanalisi, si riscopre l’inventario degli stereotipi inquisitoriali, insomma si accusa e si lincia e si spettegola, ma lo si fa dietro lo schermo gentile di tutti quegli avrebbe e di quei sarebbe, illudendosi così di far cosa civile. Leggi il seguito di questo post »

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dicembre 21, 2014 at 10:37 am

Come mi liberai della decrescita

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Lord-of-the-Flies-1_218275kNeppure avevo fatto in tempo a crescere che già mi ero liberato della decrescita e delle sue mitologie. Avrò avuto sì e no sette anni, e davanti al cancello di una casa di villeggiatura avevo allestito un banchetto di giornalini usati. Il tipico mercatino dei bambini al mare, solo che io non vendevo nulla: i fumetti li prestavo, confidando che si creasse un circolo virtuoso di reciprocità nella gratuità, che la taccagneria mercantile facesse posto a una condivisione giocosa e conviviale delle ricchezze naturali dell’edicola, Topolino bene comune, e tante altre nobili cose che all’epoca, non sapendo ancora parlare come Serge Latouche, avrò senz’altro espresso in modi più sempliciotti. A farla breve, in meno di due ore ero stato saccheggiato da orde di bambini avidi, non ho mai avuto indietro nessuno dei miei fumetti e meno male che le vacanze stavano per finire, o la faccenda avrebbe preso una pericolosa piega da Signore delle mosche e quei piccoli selvaggi mi avrebbero arrostito ritualmente nel falò di Ferragosto. Tramonto di un sogno imprenditoriale, fine del mio modello alternativo di sviluppo, nascita di un piccolo hobbesiano. Leggi il seguito di questo post »

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dicembre 14, 2014 at 12:50 PM

I due corpi del presidente, e un solo paio di mutande

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390525_10150499100432018_1816944460_nAll’alba del caso Ruby mi imbattei non ricordo dove in due sagome di cartone da ritagliare, come le paper dolls su cui le bimbe giocano a incollare vestitini anch’essi di carta. La prima raffigurava un Berlusconi in canottiera e mutande; la seconda il suo tipico doppiopetto blu, con tanto di linea tratteggiata per le forbici. Era allora di moda citare (per lo più a sproposito) gli studi di Kantorowicz sulla regalità medievale, e così commentai: “Eccoli, i due corpi del re!”. Un amico arguto aggiunse: “Tutto sta a capire a quale dei due corpi appartengono le mutande”. Il dilemma, in effetti, era tutto lì: le mutande di Berlusconi riguardavano il suo corpo di privato cittadino o erano inseparabili dalla sua figura pubblica, dalla sua dignitas, dal suo corpo politico? Le reazioni al caso Ruby ingarbugliarono le cose: a destra si sostenne che le notti di Arcore erano affari privati, eppure le mutande furono issate fieramente sul pennone come un nuovo stendardo; a sinistra si oscillò tra una campagna scandalistica affidata al braccio secolare della stampa fiancheggiatrice e una delega pavida alla magistratura inquirente, perché frugasse nel cassetto dell’altrui biancheria con strumenti giuridici neutrali. Fu lo scontro tra due mezze ipocrisie: perché era senz’altro politico il processo alle mutande di Berlusconi, e perché erano intimamente politiche anche quelle mutande. Come pretendere che dall’epopea di un leader che aveva dissolto ogni argine tra pubblico e privato fosse stralciato il capitolo sul sesso, e solo quello? Leggi il seguito di questo post »

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dicembre 8, 2014 at 12:35 PM

Salvatore Settis e la sua orchestra

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f5b539e09d1e1c26b92c4a4043fc6b3df7UITlagNon è impresa da poco metter su un’orchestra, specie se si ha l’ambizione di fare grande musica. E la Costituzione è come un bellissimo spartito, lo disse Giuseppe Tesauro quando fu eletto presidente della Consulta. Rimpiango quindi di non aver fatto studi musicali, perché in queste cose non ci s’improvvisa, non è materia da strimpellatori. Pensate solo alla perizia che ci vuole per raggiungere il delicato equilibrio della sezione degli ottoni, così da coprire tutta l’estensione delle voci, dalle più squillanti alle più gravi e pompose: il corno, la tromba, il trombone, il basso tuba, il Salvatore Settis. Non è impresa da poco, ma esiste un’altra via? “La Costituzione spartito di libertà” era il titolo di un incontro musicale organizzato l’anno scorso dal gruppo di Don Ciotti, con il cantautore Gianmaria Testa e con Caselli (Gian Carlo, non Caterina). Ma la Carta non è musica leggera. I temerari che hanno tentato di metterla in canzonetta – da Claudio Baglioni, che gorgheggiò sui principi fondamentali e donò il brano a Repubblica, con tanto di lettera dedicatoria a Ezio Mauro, a Shel Shapiro, che riuscì a far suonare i primi undici articoli più o meno come Stasera mi butto di Rocky Roberts – non hanno avuto fortuna; né è riuscito a far di meglio Gherardo Colombo, animatore dell’ala giovanile del conservatorio costituzionale, tra la musica balcanica dei concertoni del primo maggio e gli spettacoli con il rapper Piotta. Leggi il seguito di questo post »

Fessofurbomachia

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innomedelpopoloitalianoLeggo sul nuovo Todomodo, la rivista degli Amici di Leonardo Sciascia, un saggio di Euclide Lo Giudice su un tema che mi pare della massima urgenza storica, ossia il ruolo del cretino e dei suoi fratelli (lo stupido, l’imbecille, il fesso) nella vita nazionale. Nel 1982, per una strenna Giuffrè, Sciascia firmò una breve prefazione al Codice della vita italiana (1917) di Prezzolini, soffermandosi sul primo articolo: “I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi”. Il fesso di Prezzolini paga il biglietto in ferrovia e dichiara al fisco il suo vero reddito; il furbo ha per segni distintivi la pelliccia, l’automobile e le molte donne. Sciascia non poteva che apprezzare l’identificazione tra fessaggine e onestà: il buon fesso in un contesto di furbi, ricorda Lo Giudice, figura spesso nei suoi romanzi, e la frase che suggella il fallimento del professor Laurana in A ciascuno il suo è appunto: “Era un cretino”.

Qualche timida speranza Sciascia la affidava a una constatazione statistica, ossia che i fessi sono più numerosi dei furbi: “Solo che, come gli schiavi di Seneca (‘se gli schiavi si contassero…’), non si contano. E possiamo farcene idea, della schiacciante maggioranza che i fessi verrebbero a formare, solo che avessero consapevolezza del loro numero, dai tanti che quotidianamente e ovunque rimpiangono di non esser furbi”. Se ne deduce che i fessi dovrebbero acquisire la marxiana coscienza di classe, costituire qualcosa come un Fesso collettivo in grado di rovesciare il dominio oligarchico dei furbi. Impresa disperata perché, diceva ancora Prezzolini, il fesso in generale è stupido: se non lo fosse, avrebbe cacciato i furbi da un pezzo. Leggi il seguito di questo post »

La cabala dei devoti. Molière, Garboli e Tartufo

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Schermata 2014-11-16 a 15.43.37Lasciatemi, vi prego: spenderò i prossimi mesi chiuso nella mia stanza in compagnia di Molière, rileggendo il poco che ho letto e leggendo tutto il resto. I contatti con i miei simili si ridurranno a qualche mancia allungata dall’ombra ai consegnatori di pizze a domicilio. Non che voglia scimmiottare il misantropo Alceste (Laissez-moi, je vous prie è la sua prima battuta), ma non vedo altra scelta dopo aver letto questa frase di Cesare Garboli: “Spesso mi chiedo che cosa ne sarebbe di tanta mitologia culturale contemporanea, se esistesse oggi un provocatore della stessa forza comica di Molière”. Dunque l’ho sempre avuta sotto gli occhi, la chiave, e mi ostinavo a cercarla per angoli bui. Era qui, in questo breve articolo del 1986 intitolato “Come ridere di Lacan?”, uno dei testi di Garboli che Carlo Cecchi ha raccolto per Adelphi in Tartufo. Con il suo personaggio più nero, diceva Garboli, Molière ha creato un archetipo; non già dell’ipocrisia, come per lo più si ritiene, ma del potere intellettuale e spirituale quando nasce dal risentimento e dalla frustrazione. Tartufo è prete, politico e psicoanalista in un sol uomo; è il curatore d’anime, il guaritore di nevrosi e il diplomatico sopraffino; ma è anche l’attore che porta a un grado eroico la malafede congiunta all’intelligenza, l’arci-impostore che illumina suo malgrado l’impostura generale, l’incantatore di famiglie perbene che semina scandalo “nel quieto e mortale teatro di tutti i giorni”, lo spirito intimamente servile che per spadroneggiare deve richiamarsi agli interessi del Cielo. Il cielo della religione, nel Seicento di Molière; oggi il cielo della cultura e del prestigio intimidatorio che conferisce ai suoi sacerdoti. Intorno al 1968, mentre traduceva Tartuffe, Garboli conobbe Lacan in casa di amici e subito fiutò, dietro l’uomo, l’archetipo. Si ritrovò sotto il naso una strana varietà di Tartufo e capì che, proprio come Molière, non aveva l’obbligo di prenderlo sul serio: “Quale mutilazione può essere più orribile di quella che ci vieta di ridere di ciò che è comico?”. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

novembre 16, 2014 at 3:50 PM

Sul “pensiero selvaggio” giudiziario

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queloOgni metafora infelice è infelice a suo modo, ma tutte le metafore felici si somigliano: le prendi alla lettera, le prendi sul ridere, le osservi da lontano, le scruti da vicino, da qualunque lato le guardi restano sempre felici. Diceva Giovanni Falcone che l’obbligatorietà dell’azione penale è diventata un feticcio, e mi è sempre parsa metafora felicissima. Per averne conferma ho fatto un piccolo esperimento. Dal mio scaffale etnologico decisamente démodé ho pescato Primitive Culture (1871) di Sir Edward Burnett Tylor, uno dei primi a teorizzare sul feticismo. A quel che leggo, il feticista crede che in un oggetto materiale dimori lo spirito degli antenati, e che questo oggetto – una statuetta, un amuleto, un ciocco di legno – possa esercitare un’azione magica. Poi ho aperto il nuovo MicroMega sulla giustizia (numero epocale, che segna il passaggio dei manettari alla fase nichilista-punk), dove c’è un intervento del procuratore di Torino Armando Spataro dedicato appunto all’obbligatorietà, che ha per titolo la metafora – ahi, quanto infelice – “Il dito e la luna”. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

novembre 9, 2014 at 10:37 am