Guido Vitiello

Sylvia North Unveiled. Su un enigma di “Mulholland Dr.”

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Schermata 2014-01-18 a 00.43.08Il 20 gennaio del 2002 The Observer, il domenicale del Guardian, ospitò uno strano gioco a premi. Da pochi giorni era uscito nelle sale Mulholland Dr., e molti si scervellavano nel tentativo di mettere in ordine i pezzi del rompicapo. Così il regista, David Lynch, aveva fornito al quotidiano una lista di dieci indizi in forma di domanda, ciascuno legato a un dettaglio del film a cui prestare speciale attenzione. In palio per la migliore interpretazione c’era un viaggio per due persone a Los Angeles, a visitare la vera Mulholland Drive. Questo era il terzo indizio, e la terza domanda:

Riuscite a sentire il titolo del film per cui Adam Kesher sta cercando l’attrice principale? È menzionato di nuovo?

La risposta, a un primo livello, era semplice. Il titolo è The Sylvia North Story, ed è menzionato due volte nel film. La prima, nella parte che secondo l’interpretazione dominante corrisponde al sogno di Betty/Diane, quando un macchinista annuncia “The Sylvia North Story, Camilla Rhodes, take one”; la seconda, nella parte finale, per bocca della stessa Diane: siamo al ricevimento in casa del regista Adam Kesher, e veniamo a sapere che è proprio sul set di The Sylvia North Story che Diane ha conosciuto Camilla; Diane sognava di fare la protagonista, ma il ruolo è andato all’amante/rivale. Leggi il seguito di questo post »

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gennaio 18, 2014 at 2:43 am

Confessioni di un bovarista liberale

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9788861923744La sera andavo anch’io in via Veneto, ma perché ero uno sfigato. Non c’erano, ad aspettarmi, Pannunzio e Libonati al caffè Rosati, anzi non c’era proprio il caffè Rosati. C’era il fast food di piazza Barberini tra i cui miasmi, frammisti alle zaffate calde e umide spiranti dalla grata della metropolitana, bazzicavo il più delle volte da solo, all’occasione in compagnia di un nerd italogiapponese. Poca cosa, vedete bene: non c’è materia da romanzo. La sera andavo in via Veneto perché c’era una libreria aperta fino a notte, che non sarà stata la Rossetti, chiusa da chissà quanto, ma era l’unico luogo dove potessi coltivare quella forma tipicamente insocievole della sfiga adolescenziale che è la bibliomania. Arrivato tardi per lo “snobismo liberale” di Elena Croce, non mi restava che il bovarismo liberale, il ricongiungimento tutto libresco a una comitiva di fantasmi, a spasso per una via anch’essa alquanto spettrale. Voglio credere, o forse sperare, che il mio caso non sia isolato. Sospetto anzi che per altri liberali figli di liberali la generazione del Mondo abbia rappresentato, mutatis mutandis, quello che per i coetanei più a sinistra sono stati i padri sessantottini. Loro erano stati giovani al momento opportuno, baciati dal kairos, avevano potuto coniugare la persuasione, in sé un po’ frigida, di essere dalla parte giusta con il privilegio mondano di godersi la bella o la dolce vita di una stagione fatata. È naturale che i venuti dopo fossero presi nella morsa di un sentimento ambivalente: la venerazione per quel mondo eroico e scomparso, e il fastidio per il querulo narcisismo generazionale dei reduci e dei memorialisti. Leggi il seguito di questo post »

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gennaio 12, 2014 at 12:46 PM

Gli arrabbiati d’Italia. Sul nuovo libro di Mauro Mellini

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RiccioLa sagoma di un riccio dal dorso irto di aculei, e sotto il frammento di Archiloco così caro a Isaiah Berlin: “La volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande”. Ecco come immagino lo stemma araldico del grande club dei monomaniaci, degli ossessionati, dei rimuginatori di un’idea fissa. Derideteli quanto volete, ma quando la “cosa grande” che sanno è una cosa che le volpi ignorano o tralasciano, c’è solo da esser grati alla loro ispida pertinacia. Il ramo del club a cui sono stato ammesso da novizio, quello degli ossessionati dalla giustizia, vanta tra i suoi decani Mauro Mellini, ed è precisamente la chiave giudiziaria a rendere prezioso il suo ultimo libro, Gli arrabbiati d’Italia. Storia di una democrazia dei malumori (Bonfirraro). Mellini usa il richiamo agli enragés del padre Jacques Roux, rivoluzionari più fanatici perfino dei giacobini, per comporre una genealogia di quell’intreccio di ragioni, risentimenti e vaneggiamenti che abbiamo preso l’abitudine di chiamare, in mancanza di meglio, antipolitica. Leggi il seguito di questo post »

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gennaio 5, 2014 at 1:38 PM

Immagini di piombo. Cinema, storia e terrorismi in Europa

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Come sono stati rappresentati il terrorismo, la lotta armata e la violenza politica al cinema? La complicata relazione tra cinema e terrorismi in Italia viene affrontata e discussa da più punti di visti, ma non mancano interventi anche sul contesto basco, tedesco, irlandese, e anche uno sul più recente terrorismo islamico in Olanda. Questo libro si aggiunge quindi alla ristretta schiera di libri su un tema sempre attuale ma poco discusso.

Con contributi di Pierre Sorlin, Roberto Silvestri, Paolo Varvaro, Alan O’Leary, Vito Zagarrio, Gino Nocera, Cinzia Venturoli, Guido Vitiello, Christian Uva, Susanna Pellis, María Pilar Rodríguez e Rob Stone, Maria Carla Zizolfi, Maricla Tagliaferri e Paolo Fantini, e un’intervista a Gianfranco Pannone.

Immagini di piombo. Cinema, storia e terrorismi in Europa, a cura di Luca Peretti e Vanessa Roghi, Postmedia Books, 2014, 160 pagine. Nel volume c’è il mio saggio Ritorno all’autunno tedesco (pp. 85-97)

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gennaio 1, 2014 at 12:03 PM

Pubblicato su I miei libri

Il fantozzismo nella storia d’Italia

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prunellaballorCome cultore di una disciplina fieramente oziosa, la filologia fantozziana, nonché Gran Maestro di un ordine esoterico crapulone, i Cavalieri della Prunella Ballor, non posso che salutare con tripudio il saggio che Claudio Giunta, filologo di cose un po’ più serie (tra le sue fatiche recenti c’è un commento alle Rime di Dante) ha dedicato al nostro ragioniere. S’intitola “Diventare Fantozzi” e lo si trova nel volume Una sterminata domenica, appena pubblicato dal Mulino. Accanto al libro di Giacomo Manzoli (Da Ercole a Fantozzi) è la cosa migliore che abbia prodotto la nostra disciplina negletta e ansiosa di consacrazione accademica. Giunta tenta di sciogliere la più indecidibile delle questioni, ossia che cosa debba intendersi per “fantozziano”. Risponde che fantozziano è prima di tutto il sentimento di inadeguatezza dell’“uomo medio sensuale” a cospetto del cerimoniale imposto dal contesto in cui si trova ad agire, che sia un campo da tennis, una cena nobiliar-aziendale, un casinò, una vacanza a Courmayeur. Leggi il seguito di questo post »

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dicembre 31, 2013 at 4:50 PM

Vedo la gente morta. Una fantasia sartriana

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988873_10152252508832018_577713253_nLa verità, sconsolante quanto si vuole, è che non siamo pronti per Matteo Renzi: né io né voi. Come quei convalescenti che si affezionano al letto d’ospedale e che trovano conforto nel rigirarne e sprimacciarne all’infinito il cuscino, sappiamo in astratto che dovremo alzarci, che prima o poi saremo dimessi, ma abbiamo bisogno di indugiare ancora un poco sulle vecchie diatribe, sulle vecchie scaramucce, sulle vecchie ragioni d’incazzatura. E così, quando un amico mi ha segnalato che giovedì al Teatro San Genesio di Roma c’erano Caselli e Ingroia a presentare il loro libro Vent’anni contro, e che con loro c’era pure Travaglio, e che era previsto perfino Camilleri, ero così ringalluzzito che ho perso il conto dei piccioni e delle fave, sono montato sul primo autobus e ho occupato un posto da habitué con la migliore vista sul palco. Non mi aspettavo di sentire niente di nuovo, solo pezzi di repertorio e standards, le care atrocità di sempre. Suonala ancora Antonio, suonala ancora Marco: per me. Sono stato esaudito, come quelli che vanno ai concerti degli Inti Illimani. Tutte le hanno dette, che Brusca è il padre della bicamerale, che l’attentato a Costanzo era un segnale di Cosa nostra per forzare la discesa in campo di Berlusconi, e poi l’amico Falcone, il mio maestro Borsellino, l’agenda rròssa, la trattativa indicibile, e i pezzi dello Stato che usano Riina come un burattino, e l’ambiguo Napolitano, e siamo tutti con Di Matteo, e teniamo alta la tensione della lotta alla mafia, e non lasciamoli soli (in coda, tra gli applausi, un paio di bis su Borsellino). Leggi il seguito di questo post »

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dicembre 14, 2013 at 1:12 PM

Gli Happy Days di Berlinguer. Sul vintage politico (e su Renzi)

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263539_mediumLa nostalgia di Berlinguer non è cosa nuova a sinistra, ma aveva raggiunto livelli di guardia all’ombra incombente delle primarie e chissà che non si rinfocoli per il trentennale della morte, l’11 giugno 2014, ora che per alcuni si è aggiunto un altro lutto da elaborare. Lo spettro benevolo e ammonitore del Segretario si aggira un po’ ovunque di questi tempi, non solo nelle invocazioni di Gianni Cuperlo, sfortunato custode della nicchia dei Lari di partito, o nelle memorie d’infanzia di Giuseppe Civati, che alla morte di Berlinguer lega il proprio battesimo politico. Aleggia sul romanzo di Francesco Piccolo Il desiderio di essere come tutti, ispira il monologo teatrale di Eugenio Allegri Berlinguer. I pensieri lunghi come pure il graphic novel Arrivederci, Berlinguer di Elettra Stamboulis e Gianluca Costantini. Paolo Rossi, nel suo ultimo spettacolo, dialoga con il portabandiera della “questione morale” per informarlo della miseria amorale in cui siamo precipitati, e a fine agosto, a Venezia, Mario Sesti e il musicista Teho Teardo lo avevano omaggiato con il breve film La voce di Berlinguer. Leggi il seguito di questo post »

Uffici stampa, vi amo

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581989_10150820226242018_657314686_nIo sono innamorato di tutti gli uffici stampa che promuovono i libri per le case editrici, e questa è la mia dichiarazione d’amore. Non è un lavoro facile, il loro, e qualche maligno potrebbe perfino insinuare che non si discosta troppo da quello del vecchio venditore di enciclopedie, che ti si piantava in casa a metà mattinata e affabilmente ti persuadeva a comprare i primi sette volumi da A-Au a Im-Lul, con l’augurio che vivessi abbastanza a lungo da poter un giorno consultare (tu, o i figli dei tuoi figli, indebitandosi) la voce “Zweig, Stefan”. Ma è un paragone ingeneroso: a me gli uffici stampa ricordano piuttosto quei corteggiatori pieni d’inventiva che, pur di attaccare bottone, devono in tutta fretta escogitare un pretesto che non sembri smaccatamente un pretesto, qualcosa di meno scoperto di “Scusa, sai l’ora?” o di “Hai per caso da accendere?”. E proprio per questo ne sono innamorato: perché mi danno l’occasione, risarcitoria e lusinghiera, di stare una volta tanto sull’altro versante della grande muraglia adolescenziale, nel ruolo della gattamorta un po’ restia che sa benissimo dove i compagni di scuola vogliono arrivare con tutte quelle moine, ma si gode lo spettacolo. Gli espedienti sono inesauribili, innumerevoli i trucchi e le lusinghe. Si tratta di compilarne un primo inventario sentimentale, ed è per questo che a ciascuno dei corteggiatori e delle corteggiatrici editoriali dedico il titolo di un film più o meno classico. Continua a leggere su Internazionale.

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dicembre 4, 2013 at 4:45 PM

Diario astrale

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Pippo GalileiDa quando Kant li dichiarò “scagionati di fronte al tribunale della ragione”, non possiamo più prendercela con i pianeti. Per secoli l’allineamento di tre corpi celesti, fenomeno piuttosto raro, fu letto come un presagio di catastrofi – la peste nera, il terremoto; ma le cause di quelle sciagure, diceva il filosofo, vanno cercate “sotto i nostri piedi”. Il guaio è quando i segni terrestri sono più oscuri dei celesti. L’8 dicembre, primarie del Pd, si annuncia una triplice congiunzione politico-planetaria, mai registrata nelle effemeridi nazionali: i capi dei tre grandi schieramenti che si erano spartiti l’elettorato lo scorso febbraio si troveranno, simultaneamente, fuori dal parlamento. L’uno (Berlusconi) in quanto decaduto, l’altro (Grillo) in quanto azionatore di un giocattolo radiocomandato, l’altro ancora (Renzi) in quanto ammutinato del suo partito. Diverremo, chissà per quanto, una Repubblica a guida extraparlamentare, e ci toccherà ragionare sul grande problema di ciò che è dentro e ciò che resta fuori (e spinge per entrare, per trovare rappresentanza). Confesso di non avere, al riguardo, l’ombra di un’idea; solo due consigli di lettura un po’ visionari. Leggi il seguito di questo post »

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novembre 30, 2013 at 11:30 PM

L’algoritmo di Michele Serra

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serracuoreRicordo una folgorante letterina di Mattia Feltri, qui sul Foglio, che cercava di individuare l’algoritmo della famosa regola dei vent’anni, quella per cui la sinistra riconosce, con vent’anni di ritardo appunto, che alcune cose che aveva ritenuto aberranti, losche, impresentabili, frivole, se non addirittura incarnazioni del male assoluto, a guardar bene tanto cattive non erano. Immagino fosse il 2001, perché l’occasione era il film La stanza del figlio di Nanni Moretti, che suscitò un’improvvisa infatuazione di gruppo per il tema della morte. La sequenza di passi descritta da Feltri – che si può applicare indifferentemente a Nietzsche, Monicelli, gli album Panini, Il Signore degli Anelli, Carosello, la castità, le Kessler, la Mitteleuropa – è questa: 1) Una stronzata di destra; 2) Una commovente scoperta; 3) Da sempre patrimonio della sinistra. Formulazione ammirevole, ma incompleta. A questa efficiente procedura di rimozione, falsa coscienza, cancellazione delle tracce e creazione di una continuità fittizia tra posizioni inconciliabili occorre aggiungere un ulteriore passo, logicamente conseguente, ossia: 4) Chiunque d’ora in poi farà l’affermazione di cui al punto 1 (esempio: “Alberto Sordi è una stronzata di destra”), da noi consensualmente ripudiata, sia deriso e trattato da pusillanime. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

novembre 24, 2013 at 12:02 PM