La fiera dei palloni gonfiati (e la necessità della stroncatura)
Dei morti non si dice che bene, e già questa dovrebbe valere come ragione insormontabile a difesa della stroncatura: la sua assenza è il segno certo di una cultura cimiteriale. L’altro corno del dilemma è se, riconosciuta ai libri la dignità di creature viventi, la stroncatura non abbia appunto il potere di ucciderli, e se questo non sia in fin dei conti un infierire sugli inermi. Che danno potrà mai fare, un libro malnato?
La questione non è nuova, e sui giornali americani si torna a parlarne. Ha cominciato a giugno, sul New York Times, il critico e poeta australiano Clive James, lamentando che la cultura letteraria statunitense fosse troppo beneducata, e che si dovesse importarvi un’oncia della rudezza del costume britannico, dove la recensione negativa è praticata come uno sport duro e leale. Ne ha ripreso il filo qualche giorno fa Lee Siegel sul New Yorker, invitando a seppellire l’ascia di guerra. La sua, più che un’esposizione di ragioni, è un’agnizione da eroe tragico: si è costruito una fama infilzando libri altrui, lo confessa in esordio, e ora che è passato all’altro fronte, diventando scrittore, la vista di quella scia di cadaveri gli causa turbamento e ribrezzo. L’atto di scrivere è una lotta che l’autore ingaggia con la propria mortalità, mettendovi tutto sé stesso, e allora perché accanirsi? Isaac Chotiner, su The New Republic, ha avuto facile gioco nel ricordargli che anche il lettore è mortale, e il critico può evitargli di perdere ore preziose dietro libri sciocchi e vani. Aggiungeremmo che la scena letteraria di ogni paese ricorda il raduno annuale degli scemi del villaggio in Amore e guerra di Woody Allen: una fiera affollata di lunatici adescatori e attaccabottoni, ciascuno persuaso di essere Napoleone o poco meno, ciascuno pronto ad acciuffarti per la manica nella certezza che la sua storia meriti giorni di vita e di attenzione. Lo stroncatore è l’amico più scaltro che ti preserva da incontri spiacevoli. Leggi il seguito di questo post »
Le vacanze (mancate) di Monsieur Marchesini
In occasione dell’equinozio d’autunno, e soprattutto per non lasciare ai Righeira l’esclusiva della celebrazione della fine dell’estate (un monopolio quasi trentennale va spezzato a un certo punto, non foss’altro per fisiologia democratica), UnPopperUno è lieto di ospitare il diario agostano di Matteo Marchesini (già titolare di una stanza tutta per sé), che di spiagge e di ombrelloni ne ha visti ben pochi. Insomma, le vacanze mancate dell’autore di Atti mancati. Il diario è stato originariamente pubblicato a puntate sul Foglio. È piuttosto lungo, ma d’altro canto ci attendono un lungo autunno, un lungo inverno e una lunga primavera, c’è tempo. Buona lettura e buon cambio di stagione. Leggi il seguito di questo post »
Pensare con le mani, ma senza guantoni da boxe
In generale, direbbe la buonanima di Catalano, meglio aver ragione che aver torto. In subordine, meglio aver ragione con Aron che torto con Sartre. Anche perché lo slogan inverso, così caro ai contestatori, aveva appunto quel tono pubblicitario, invasato e sottilmente ricattatorio tipico degli editti di Sartre (“Ogni anticomunista è un cane!”). Storie vecchie, passate in giudicato. Ma ecco, al di là delle ragioni e dei torti, il vantaggio di Aron era in quell’elemento di salutare buffoneria illuministica che lo faceva sentire parte in commedia, o meglio nella “caricatura della commedia rivoluzionaria” che era stato il maggio parigino, dove ciascuno si era scelto la sua maschera: “Io ho recitato la parte di Tocqueville, cosa certo un po’ ridicola, ma altri hanno impersonato Saint-Just, Robespierre o Lenin, il che a conti fatti era ancor più ridicolo”. L’engagement senza un po’ di senso del teatro – comico o tragico – traligna in fanatismo e in fessaggine.
A questo pensavo, e all’ormai ventennale psicodramma italiano, leggendo l’ultimo MicroMega dedicato agli intellettuali e l’impegno. In copertina l’immagine di Sartre è sovrastata da quella di Camus, che giganteggia. E certo è meglio aver ragione con Camus che torto con Sartre, già che l’autore di Caligola aveva anch’egli un senso assai teatrale della scena pubblica. In una conferenza tenuta ad Atene nel 1955, Sur l’avenir de la tragédie, Camus distingueva la tragedia, scontro di due forze entrambe legittime, dal melodramma, dove la legittimità spetta a una parte sola: “La formula del melodramma potrebbe essere, in sintesi: ‘Questo solo è giusto e giustificabile’, e la formula tragica per eccellenza: ‘Tutti sono giustificabili, nessuno è giusto’. Per questo il coro delle tragedie antiche dà sempre consigli di prudenza. Perché sa che entro certi limiti tutti hanno ragione, e chi per accecamento o passione ignora questi limiti corre alla catastrofe per far trionfare un diritto che crede di essere il solo a detenere”. Leggi il seguito di questo post »
Il peccato originale di Kafka
Non sappia la tua sinistra quel che fa la tua destra: precetto inappuntabile, se non fosse che spesso la sinistra non è che la destra vista allo specchio. Vale anche per i libri e per i loro autori. Con la mano destra Saul Friedländer ha scritto opere come Nazi Germany and the Jews, guadagnandosi la reputazione di grande e originale storico della Shoah; con la sinistra, trent’anni fa, licenziò un pamphlet straordinario e quasi dimenticato, Réflets du nazisme, dove frugava tra i film e i romanzi degli anni Settanta che avevano estratto dal nazismo il veleno di un kitsch erotico e mortuario. Con la destra ha scritto un libro teorico sulle possibilità e i limiti della psicostoria, Histoire et psychanalise, o ha studiato il rapporto dei tedeschi con il passato battendo su due concetti, la colpa e la vergogna (Memory, History and the Extermination of the Jews of Europe); oggi, con la sinistra, pubblica una biografia di Franz Kafka che è a conti fatti un piccolo ritratto psicostorico, e dove riappaiono, come in uno specchio, quelle due parole: vergogna e colpa. Leggi il seguito di questo post »
Ultimo treno per la giustizia
Va a finire – non sarebbe la prima volta – che il più savio di tutti è un vecchio matto con gli occhi spiritati da sciamano e la coda di cavallo. Marco Pannella sta offrendo, con i referendum, il biglietto per l’ultimo treno. Non certo l’ultimo treno per Berlusconi, che non ha più neppure il passaporto, e il cui potente salvacondotto si è rivelato fantomatico più dell’arma segreta di Hitler. No, il fischio del capostazione annuncia l’ultimo treno per la riforma della giustizia, il solo salvacondotto che conti per l’Italia, il “grande veicolo” su cui salire tutti. L’ultimo, si badi: non ci saranno a breve altre partenze, e a quel punto toccherà farsela a piedi, e ci vorranno anni o decenni. Non si annuncia come un viaggio comodo: la destinazione è incerta, le rotaie dissestate, il percorso disseminato di strettoie, ponti scricchiolanti e carcasse lasciate a marcire sui binari. Ma è la sola via possibile, o almeno la più realistica. Perché se è vero, come ha scritto Angelo Panebianco, che un potere forte e unito (la magistratura) non si lascerà mai riformare da un potere debole e diviso (la politica), ne consegue che l’unica flebo per iniettare in tempi brevi vigore e legittimità al potere cagionevole è un mandato popolare inequivocabile. Leggi il seguito di questo post »
O’Nfamone. Un rondò giudiziario
Dal Vangelo secondo Matteo, capitolo 23, versetto 30: «Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non ci saremmo associati a loro per versare il sangue dei profeti». Lo dicevano gli scribi e i farisei, e indovinate cosa facevano intanto? Complottavano per uccidere un altro profeta, l’ennesimo. «Se fossimo vissuti al tempo del caso Tortora, non ci saremmo associati ai magistrati, ai pentiti e ai giornalisti» lasciano intendere i nuovi sepolcri imbiancati, che fanno i maestri di garantismo retrospettivo mentre agitano le manette per gli imputati di oggi. L’umanità è piuttosto prevedibile, e la storia – specie la storia italiana – terribilmente monotona. Tortora, che agli arresti domiciliari passava il tempo leggendo antiche cronache, si era convinto che il suo caso fosse la pedissequa ripetizione del caso Cuocolo, un processo di camorra del 1908, solo che lì i pentiti si chiamavano «ravveduti» e al posto di Pandico c’era un certo Abbatemaggio detto «O ’nfamone».
La storia è così monotona da venire a noia, e tra i venticinque anni dalla morte di Tortora (18 maggio 1988) e i trenta dal suo arresto (17 giugno 1983), ci siamo dimenticati di un altro anniversario: il sessantennale del caso Montesi. Eppure in quel processo c’erano in nuce tutti i processi italiani, da Tortora a Mani pulite, e tutti i nodi che sarebbero venuti al pettine (se non fosse, diceva Sciascia, che manca il pettine). Era tutto lì, in quell’inchiesta sulla ragazza trovata morta a Tor Vajanica, sul litorale romano, l’11 aprile del 1953. Al posto dei frigidi manuali di educazione civica, a scuola dovrebbero far studiare Dolce vita di Stephen Gundle o Il caso Montesi di Francesco Grignetti, due libri documentatissimi sul caso. Leggi il seguito di questo post »
Tangentopoli, il Monopoly forcaiolo
Onore alla Brigata leggera, onore ai sette deputati del Pd che con una lettera all’ambasciatore degli Stati Uniti hanno dichiarato guerra al nuovo Monopoly, dove il mattone cederà il passo alla speculazione in Borsa e i manigoldi la faranno franca, perché non ci sarà più la casella della prigione. Onore ai sette eroi, e non tanto perché hanno sfidato la multinazionale del giocattolo Hasbro, ma perché si sono offerti a petto nudo al fuoco dell’Umorista collettivo che presidia la valle dei social network con schiere ben più folte e agguerrite dei russi a Balaklava. Un nuovo Tennyson celebrerà un giorno la loro impresa: “Cannoni alla loro destra, cannoni alla loro sinistra, cannoni davanti a loro sparavano e tuonavano; tempestati da palle e proiettili, cavalcarono coraggiosamente dritti nelle mandibole della Morte”. Si è già cannoneggiato molto, ieri. Si potrebbe aggiungere, da maramaldi, che è tutta una questione di accento, e che i sette hanno scambiato il grande tema liberale della lotta ai monopoli con la lotta al Monopoly; che un partito che non riesce ad accordarsi sulle regole delle primarie farebbe meglio a non metter bocca sulle regole di un gioco da tavolo; che paventare gli effetti diseducativi del Monopoly è come domandarsi se la moralità dei giovani sia a rischio perché la Susi del “Quesito con la Susi” della Settimana Enigmistica è troppo popputa. Ma perché infierire? Leggi il seguito di questo post »
Così è nata la guerra sul pudore
Il giudice Potter Stewart, già membro della Corte suprema degli Stati Uniti, diede nel 1964 una memorabile definizione della pornografia: «La riconosco quando la vedo». All’epoca la battuta faceva ridere (ma era vera), oggi farebbe ridere e basta. Nulla è meno comune del comune senso del pudore. E non certo per i proverbiali Pirenei di Blaise Pascal, che fanno sì che ciò che è reputato buono e accettabile al di qua sia turpe e vergognoso al di là. Ormai i Pirenei li abbiamo in casa, attraversano in lungo e in largo le nostre società, e sul pudore — su ciò che si possa e si debba mostrare, e come, e perché — regna una babelica confusione delle lingue. Le scaramucce tra le Femen a seno nudo e le tuniche verginali delle Antigones sono forse le prime avvisaglie di una nuova stagione di guerre del pudore, più intricate e indecifrabili di quelle balcaniche.
Anche noi abbiamo avuto le nostre tempeste in un bicchier d’acqua, se non in una tazzina da caffè: l’effimera polemica sulle ragazzine in minishorts e sui centimetri di pelle che è consentito mostrare senza essere considerate provocatrici (una variante del libello secentesco dell’abate Boileau sull’abuso di nudités de gorge, ossia di scollature); e la querelle un po’ tardiva e pretestuosa, innescata dalle parole della presidente della Camera Laura Boldrini, sulla cancellazione della trasmissione Rai diMiss Italia, concorso in cui alcuni vedono una tradizione nazionale da ravvivare e altri, grosso modo, l’equivalente umano di una mostra canina, con la differenza che vi si esibiscono solo esemplari femminili della specie, e che ai cani non è richiesto (grazie al cielo) di voltarsi e mostrare il «lato B». E già che di questo si parla, sappiate che le nostre guerre del pudore furono oscuramente annunciate da un sedere. Nulla di sexy, a dire il vero: era il sedere di un signore francese sulla quarantina, Monsieur La Brige. Continua a leggere su La Lettura
Il festino della Santa Agenda Rossa
Ci vorrebbe un Ernesto De Martino, un Vittorio Lanternari, o anche solo un bravo sociologo delle sette e dei movimenti religiosi per illuminare della giusta luce l’incredibile spettacolo allestito il 19 luglio a via D’Amelio, culmine dei quattro giorni di celebrazioni per il ventunesimo anniversario della strage. Non è certo la prima volta che si organizzano veglie, comizi, cortei e fiaccolate per commemorare Paolo Borsellino, ed è probabile che seguano sempre lo stesso rito, ma devo confessare che non avevano prima d’oggi attirato la mia attenzione. Ne ho seguito tutto quel che ho potuto grazie alla diretta del Fatto quotidiano, con il rimpianto di non star lì sul luogo e, soprattutto, di non essere un conoscitore del folklore siciliano. Potrò dunque parlarne con l’ingenuità e lo stupore di un viaggiatore ottocentesco giunto alla tappa siciliana del suo Italienreise. Ebbene, quel che ho visto è strabiliante.
Non parlo della sera, quando erano di scena i personaggi di richiamo venuti giù da Roma. Tutto fin troppo prevedibile: Vauro che sbraita contro Napolitano, Travaglio che allinea ironie puerili sul professor Fiandaca, Sabina Guzzanti che fa sofismi sbilenchi sulla sentenza Mori. No, a farmi sgranare gli occhi è stato ciò che li ha preceduti. Se la sera la Guzzanti si lanciava in un sovreccitato elogio dell’illuminismo e definiva Borsellino “il primo santo laico”, nello spirito delle pantheonizzazioni rivoluzionarie e del culto di Marat, la sacra rappresentazione del pomeriggio pareva sbucata dalle pagine di Sud e magia. Altro che Lumi, a tener banco erano personaggi “incoscienti del progresso filosofico d’oltralpe, indegni de’ tempi”, per usare la formula con cui Giuseppe Pitrè ritrasse lo sprezzo del viceré Domenico Caracciolo che voleva, a fine Settecento, limitare per decreto i fasti di Santa Rosalia, attirandosi la ripulsa generale. Leggi il seguito di questo post »

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