Guido Vitiello

Un Kurtz bibliofilo e il suo cuore di tenebra in sedicesimo

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Dice Alexander Pope nel Saggio sull’uomo che il vizio è un mostro dall’aspetto così raccapricciante che per detestarlo basta che lo si veda; ma a forza di guardarlo, il suo volto ci diventa familiare, e va a finire che “prima lo sopportiamo, poi lo compatiamo, infine lo abbracciamo”. E un vizio troppo abbracciato, vezzeggiato e coccolato perde la sua franchezza quasi eroica, la sua spavalda dismisura, cede a una compiacenza un po’ stucchevole. Beati i lussuriosi, i golosi, gli accidiosi; ma quando si mettono a gigioneggiare con il loro vizio, è allora che vengono a noia. Se questo è vero per i vizi capitali, lo è tanto più per quello che Valéry Larbaud chiamava il vice impuni, il vizio impunito: la lettura. Che non è da meno del vino, dei sigari e delle belle donne: un trattatello di Louis Bollioud-Mermet, De la Bibliomanie (1761), riconosceva nell’amore smodato per i libri “un rovinoso eccesso di cui sarebbe importante arrestare l’avanzata”. Eppure se ne va fieri, e non si perde occasione di ostentarlo. Leggi il seguito di questo post »

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giugno 16, 2011 at 10:47 am

La scrittura o la vita. Il grande viaggio di Semprún

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La scrittura o la vita. Sembra un dilemma ozioso da letterati o da esteti, tra un Mallarmé per il quale tutto ciò che esiste è destinato a finire in un libro e un Rimbaud che volta le spalle allo scrittoio e si lancia a trafficare armi in Abissinia. Ma per chi abbia attraversato l’universo concentrazionario e i suoi campi, la scelta tra la scrittura e la vita può caricarsi di ben altra pena, di ben altro rovello. Papavero e memoria, Mohn und Gedächtnis, per usare i termini di Paul Celan: il fiore dell’oblio e la fedeltà interiore a una vicenda così terribile che, se vi s’indulge troppo nei pensieri e nei sogni, impedisce il corso normale della vita. A Jorge Semprún, scampato a Buchenwald, il dilemma si manifestò con evidenza inaggirabile presso la tomba del poeta spagnolo César Vallejo, nel cimitero di Montparnasse: “Io non possiedo altro che la mia morte, che l’esperienza della mia morte, per dire la mia vita, per esprimerla, portarla avanti”, raccontò in La scrittura o la vita, pubblicato in Francia nel 1994. “Bisogna che costruisca della vita con tutta questa morte. E il modo migliore per riuscirvi è la scrittura. Ma la scrittura mi riconduce alla morte, mi rinchiude in essa asfissiandomi”. Leggi il seguito di questo post »

Il teorico del sessantanove. Il Kamasutra di Marshall McLuhan

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Ci sono quelli che hanno fatto il Sessantotto e quelli che hanno fatto il Sessantanove, diceva Alberto Arbasino, ed è una distinzione che mette in chiaro molte cose. Serge Gainsbourg apparteneva alla seconda categoria. Le barricate del maggio parigino preferì seguirle in televisione da una stanza dell’Hotel Ritz perché, confessò, lì almeno c’era l’aria condizionata. Ma non disertò l’avvento dell’anno successivo, il 1969 appunto, e anzi volle salutarlo cantando a duetto con la sua nuova fiamma Jane Birkin la benaugurante 69 année érotique. Il 45 giri uscì a febbraio. A marzo dell’“anno erotico”, appena un mese più tardi, sul paginone centrale di Playboy si poteva ammirare una ventiduenne del New Jersey di nome Kathy MacDonald, una bionda tutta lentiggini e frangetta morbidamente adagiata su un lenzuolo giallino disseminato di fumetti di Dick Tracy e di Charlie Brown. A Gainsbourg sarebbe piaciuta, non c’è dubbio, e con lui a tutta l’allegra brigata del Sessantanove. Ma per gli adepti del Sessantotto quella dea dell’abbondanza sorridente e rotondetta con la sua cornucopia di comics e rotocalchi era l’incarnazione di tutto quel che dicevano di combattere, una Circe insidiosa e maliarda sulle rotte dell’Ulisse rivoluzionario. Leggi il seguito di questo post »

E da allora è sempre peggio. Le pagine indispensabili/4

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Ma è deplorevole vedere migliaia di studenti che, invece di coltivarsi realmente, consumano la loro giovinezza nello studio minuzioso di opere mediocri e insignificanti per il fatto che dovranno comparire davanti agli autori o ad amici degli autori. Ho assistito ultimamente, alla Sorbona, ad una riunione di un “gruppo di lavoro”. Si parlava di estetica, più precisamente di “filmologia”. Ci si domandava quale stato ontologico si dovesse dare al film non ancora proiettato sullo schermo, le cui immagini, quindi, non hanno ancora raggiunto la “realtà schermica”. Souriau (che ha per feudo l’estetica e la filmologia, nel qual dominio senza di lui non c’è salvezza), introdusse il termine “realtà pellicolare”. Ma prima d’esser proiettate sullo schermo, prima cioè di passare dalla realtà pellicolare a quella schermica, le immagini attraversano la lente dei proiettori. A questo livello godono dunque di una “realtà lentica”. Ora, cos’è in fondo la proiezione? È un passo avanti. Dunque si dirà una promozione. Ma questa promozione può avvenire dal basso all’alto. Si tratta quindi di una promozione anaforica. Leggi il seguito di questo post »

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Maggio 30, 2011 at 11:00 am

Cantare alla fine dei tempi. Dylan e l’Apocalisse

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Quando, nel 1953, Theodor Reik dava alle stampe The haunting melody, grande studio di psicoanalisi dell’esperienza musicale incentrato sui motivetti che ti si piantano in testa e non vogliono uscirne, Elvis Presley era un oscuro diplomato della Humes High School che si arrabattava a vivere lavorando come camionista per una compagnia elettrica di Memphis. Little Richard non aveva ancora lanciato l’urlo barbarico e dadaista di Tutti Frutti, quell’awop-bop-a-loo-mop-alop-bam-boom che sfida qualunque trascrizione. Bob Dylan era un comunissimo dodicenne di Hibbing, nel Minnesota, che passava i pomeriggi ad ascoltare blues e country alla radio, e si faceva chiamare ancora Robert Zimmermann. Non c’è quindi da stupirsi che Reik, uno dei primi allievi di Freud a Vienna, non spingesse i suoi esempi più in là di Mahler o più in basso di qualche valzer, bagattella o capriccio viennese (di jazz, nemmeno a parlarne). Mai avrebbe potuto immaginare fino a che punto saremmo stati posseduti dagli onnipresenti demoni della musica leggera, fino a che punto le haunting melodies ci avrebbero assillati: non c’è quasi istante in cui – “col favore della Musa o d’un ordegno”, avrebbe detto Montale – la nostra mente non sia occupata da un’eco di canzonetta, a far da basso continuo ai pensieri. Leggi il seguito di questo post »

Ricordatevi di Brontolo

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Gongolo, Pisolo, Eolo… Li conti e li riconti, ne manca sempre uno. C’è una connaturata tendenza a ridurre i sette nani a sei. Ma la regola del nano omesso (aristotelicamente, regola del settimo escluso) trova applicazione anche in meno fiabeschi contesti. Si prenda l’ultimo libro di Paolo Rossi, Mangiare (il Mulino), un saggio di storia delle idee su cibo e civiltà. Come tutti i libri di Rossi, documentatissimo, autorevole, spiritoso. C’è un capitolo sugli scioperi della fame, e non manca proprio nessuno: le suffragette inglesi, il Mahatma Gandhi (e ci mancherebbe), Bobby Sands e i militanti dell’Ira, il dissidente cubano Guillermo Farinas, i digiuni nelle carceri turche. Ce n’è anche per l’Italia: lo sciopero della fame a rotazione annunciato nel giugno 2010 da centoventi parlamentari del Pd in difesa dei lavoratori Eutelia. E siamo a sei. Manca nessuno? Gongolo, Pisolo, Eolo… Rossi li conta e li riconta, ma il nome di Pannella proprio non gli viene in mente.

Se è un caso, non è isolato: capita anzi che Pannella sia spesso il settimo nano che manca all’appello. Un altro esempio? Il dibattito sul “corpo del capo”, sul ritorno della fisicità nella politica italiana. Sono usciti fior di saggi che ripercorrono il tema fin dalle antiche teorie della regalità e da I due corpi del re di Ernst Kantorowicz. Vi si discute molto di Berlusconi, dei suoi lifting e del suo priapismo. Si rievoca di conseguenza il priapismo di Mussolini, immortalato dall’impareggiabile Gadda. Si ragiona sulle foto di Moro nel bagagliaio della Renault 4, e su Pasolini, su Padre Pio, sul culto dei santi, sulle reliquie, sulla mummia di Mazzini. Manca nessuno? Gongolo, Pisolo, Eolo… Ancora lui: Marco Pannella. Poco conta che abbia messo il corpo al centro della politica mezzo secolo fa, che abbia candidato Luca Coscioni, che abbia fatto eleggere Cicciolina, che abbia messo in scena i nudi del teatro Flaiano. Poco conta che, nel 2002, l’Italia ottenne il plenum della Consulta perché un anziano leader aveva bevuto la sua urina in tv. Non c’è verso, la riflessione sul corpo nella politica italiana non passa per lui. Leggi il seguito di questo post »

It’s a plot! Complotti e complottisti d’Italia e d’America

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La cometa di Halley è una trovata pubblicitaria. La Terra è piatta, da Roma a New York non c’è nemmeno mezz’ora di volo, ma lo stato si è messo d’accordo con le compagnie aeree e così a nostra insaputa ci fanno girare in tondo per venti ore. Esistono foto satellitari del pianeta, d’accordo: ma sono grossolani fotomontaggi, si vede pure il bordo bianco attorno all’incollatura, mica ci abbiamo scritto giocondo in fronte. La calvizie? Altro flagello sconfitto da vent’anni, se non fosse che lo stato è in combutta con i “pomatari” delle case farmaceutiche per nascondere ai cittadini il medicamento miracoloso. Chi si ricorda delle strampalate teorie cospiratorie del dottor Gianni Livore, personaggio partorito dal genio di Corrado Guzzanti ormai quindici anni fa? Chiunque volesse studiare il tipo umano del complottista troverebbe in lui tutto quel che gli serve, in quel signore esaurito di mezza età, gli occhi strabuzzati per l’insonnia, ossessionato dal commercialista, dalla burocrazia e dalle analisi mediche, e soprattutto tormentato dalla moglie abruzzese che giorno e notte frigge qualunque cosa nell’olio nero, lo stesso olio nero in cui hanno fritto e rifritto la mamma e la nonna. Tutto puzza di fritto in casa Livore, dal gatto (abruzzese) della moglie ai pulsanti dell’ascensore, tutto eccetto il computer. E così il nostro se ne sta incollato al monitor, in vestaglia, e molesta l’universo mondo, parla con Tokyo e con Hokkaido, con la Cina e con la Mongolia – ma, gli tocca ammettere, “non mi si fila nessuno”. Gli elementi ci son tutti: la crisi di mezza età, la frustrazione amorosa e familiare, ansie e rodimenti economici, l’uso compulsivo di internet e soprattutto il veleno del risentimento, che trova nell’olio nero delle rifritture abruzzesi un’immagine non meno efficace della bile nera dei fisiologi antichi, l’atrabile che governa i temperamenti melanconici e ipocondriaci.
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Illuminismo e lampioni. “Dialogue avec les morts” di Jean Clair

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Nell’estate del 1855, a Parigi, due ingegneri di Lione vollero dare pubblico spettacolo con l’impianto di luce ad arco di loro invenzione: la terrazza dello Château Beaujon fu inondata a sera da una luce così irraggiante che alcuni passanti credettero fosse sorto il sole; “l’illusione era tale”, riportò la Gazette de France, “che gli uccelli, sorpresi nel sonno da quella luce diurna artificiale, cominciarono a cantare”. Ecco, immagini come questa dovremmo tenere a mente quando pensiamo all’età dei Lumi: uscire un poco dal gioco delle metafore, metter da parte il lume interiore della ragione o le tenebre dell’ignoranza e rievocare piuttosto le grandi torri illuminanti che giganteggiavano nelle Esposizioni universali, le strade e le fabbriche perennemente sorvegliate dagli astri impassibili dell’elettricità. Solo così potremo capire come il malcontento per la civiltà sorta dalle Lumières possa nascere, in alcuni, da una pungente nostalgia della penombra. Così, nel 1944, quando le bombe fecero saltare le reti elettriche, lo storico dell’arte Wilhelm Hausenstein poté annotare nel suo diario: “Alla ‘debole’ luce delle candele tutti gli oggetti acquistano un altro rilievo, più profondo, maggiore – quello, appunto, della vera e propria materialità”. Di contro, “la luce elettrica appiattisce gli oggetti; dà loro troppo chiarezza, e in questo modo essi perdono corpo, contorno, sostanza; e soprattutto la loro essenza”. Leggi il seguito di questo post »

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Maggio 18, 2011 at 9:43 am

Slow Food, ideologia e cuisine vérité

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Contro una civiltà che «eleva la macchina a modello ideale e comportamentale di vita», è necessario inocularsi «il vaccino di un’adeguata porzione di piaceri sensuali assicurati, da procurarsi in lento e prolungato godimento», e tutto ciò «per un progressivo quanto progressista recupero dell’uomo, come individuo e specie». Lo storico delle idee che dovesse compiere una perizia su queste parole tolte dal «manifesto programmatico» di Slow Food vi rileverebbe senz’altro qualche traccia del Marx dei Manoscritti, nonché di un buon numero di utopisti alla Fourier; in dose ancora maggiore, le nostalgie preindustriali di un Ruskin e il droit à la paresse di Lafargue, il tutto condito dal gergo contestatario della «riappropriazione» (che sottintende l’assai dubbia premessa che una serie di buone cose ci appartenessero, prima che il capitalismo piombasse come un rapace a portarle via). Ne concluderebbe che l’ideologia dell’organizzazione di Carlo Petrini è uno strano ibrido, in bilico tra antimodernismi di sinistra e di destra. In entrambi i casi, contro il corso della storia. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

Maggio 16, 2011 at 12:59 PM

Precauzioni per aspiranti suicidi. Un romanzo in cinquanta parole

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Trafiletto apparso su Modern Mechanics, Settembre 1931

Written by Guido

Maggio 14, 2011 at 1:49 PM

Pubblicato su Deliri, Libri

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