Guido Vitiello

Politica allo stato gassoso

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Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria, diceva Marx. A quanto pare la regola vale anche per i partiti marxisti. È quel che ho pensato oggi passando davanti alla sezione del Pd di San Lorenzo, il mio quartiere, dove ho potuto osservare gli effetti di una curiosa stratificazione storica.

La sigla del Pci, partito che si voleva perenne più del bronzo, è impressa a fuoco sulle maniglie in ferro battuto.

Quella dei Ds, che pure potevano ambire a una qualche durata, è incollata al vetro con l’adesivo, che quanto meno è difficile da staccare, richiede alcol e pazienza: a segno che i militanti non erano tanto pessimisti sulla speranza di vita del partito.

Tutto quel che riguarda il Pd, invece, è affidato a supporti volatili: foglietti fissati al vetro con un pezzo di scotch, nemmeno su tutti e quattro i lati. Equivale ad ammettere che oggi il partito c’è e si chiama così, domani chissà: sarebbe imprudente scomodare il fabbro.

È il passaggio della politica allo stato gassoso.

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marzo 3, 2010 at 8:02 PM

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“Il fine settimana” di Bernhard Schlink, ovvero: “Compagni di scuola” ai tempi della Raf

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Quando un tedesco cerca rifugio dagli orrori della storia, specie se attraversandoli vi si è imbrattato un poco le mani, trova dinanzi a sé due vie: se è un filosofo, si costruirà una baita nella Foresta Nera; se è un non filosofo, s’incamminerà per l’aperta campagna.

Qui cadrà preda di miraggi e idillii nostalgici, fantasie assolutorie, vagheggiamenti kitsch: s’immaginerà – come ben sanno i cultori di Edgar Reitz – che ad accoglierlo ci sia la Heimat, la terra madre eternamente vergine e innocente, soggetta solo ai cicli delle stagioni, lontana dalla rombante Vaterland che chiama i soldati alla battaglia.

Può capitare però che, ritirandosi tra i campi in cerca di pace, sia costretto suo malgrado a fare i conti con il passato; come accade nel romanzo di Bernhard Schlink appena uscito in Italia, Il fine settimana (Garzanti, 206 pagine, 16,60 euro), dove la scampagnata è quella di un gruppo di amici ex militanti o simpatizzanti della Rote Armee Fraktion – la formazione terroristica di estrema sinistra che mise a ferro e fuoco la Germania federale negli anni Settanta – che si riuniscono per tre giorni intorno a un compagno appena scarcerato a seguito di un provvedimento di clemenza.

Bernhard Schlink, giurista e scrittore, non è nuovo a questi esercizi letterari con la materia prima della storia tedesca, specie la più intrattabile e dolorosa. A voce alta, il romanzo che quindici anni fa lo rese celebre anche fuori dalla Germania (e che di recente Stephen Daldry ha portato sul grande schermo con il titolo di The Reader), ripercorre l’altalenante amore tra un adolescente e una ex SS di più di trent’anni, sullo sfondo dei processi di Francoforte contro i funzionari di Auschwitz; La nostalgia del ritorno ha di scena un bambino alle prese con il manoscritto di un soldato reduce dal fronte russo; ma anche nei libri della saga poliziesca del detective Gerhard Selb, come I conti del passato (scritto con Walter Popp) o L’inganno di Selb, i misteri da indagare riguardano immancabilmente la persistenza occulta di vicende trascorse, e rimosse. Leggi il seguito di questo post »

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febbraio 11, 2010 at 7:58 PM

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Compagno Gogol

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Dalla nuova tragica campagna di manifesti del Pd emerge un dato inequivocabile: è un partito contro i nasi. Come piattaforma programmatica non è male: “Turatevi il naso, ma votate Pd”.

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febbraio 6, 2010 at 7:54 PM

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La banalità del male e il male della banalità

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Terribile è la banalità del male, ma guardiamoci un poco anche dal male della banalità; da quella retorica della memoria, spesso di ascendenze nobili, che si è impadronita del discorso pubblico su Auschwitz, e che si rianima a ogni 27 gennaio. Nulla di strano: come ogni letteratura che abbia conosciuto una rigogliosa fioritura, anche quella cresciuta intorno alla Shoah ha visto sbocciare i suoi topoi, che l’uso insistito ha convertito nel migliore dei casi in ostinati luoghi comuni, nel peggiore in dogmi arcigni e inespugnabili.

È un formulario liturgico fatto di espressioni come “dire l’indicibile” o “immaginare l’inimmaginabile”, e d’altre ancora dove l’ossimoro, il paradosso, l’iperbole – figure che andrebbero spese con parsimonia, già che tendono le corde del linguaggio all’estremo – sono diventate routine. Come pure risuonano a vuoto, incontrando ormai orecchie ovattate, i “per non dimenticare” e i “mai più”, accompagnati dall’immancabile monito di Santayana sul passato che, se lo dimentichiamo, siamo condannati a ripetere.

Non tutto in queste formule è da rigettare, per carità. Nei luoghi comuni si raccoglie una parte di verità, come nelle piazze delle grandi città: se molti vi transitano, non è certo perché abbiano tutti smarrito la direzione. Ma riscuotere le commemorazioni dalla loro torpida ritualità – purché non lo si faccia con il malanimo e i sinistri sottintesi politici dei provocatori alla Norman Finkelstein – è operazione sempre benemerita. Leggi il seguito di questo post »

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gennaio 27, 2010 at 7:52 PM

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Saul Friedländer, lo spaesamento come metodo

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Saul Friedländer non si sente a casa in nessun luogo. Da anni ormai è cittadino americano, ma è stato a lungo, ed è tuttora, anche israeliano. Ormai vicino agli ottant’anni, sente nostalgia dell’Europa. Il francese è la sua lingua madre, ma è nato a Praga da ebrei assimilati, permeati dalla lingua e dalla cultura tedesca, che allo scoppio della guerra si rifugiarono in Francia e lo affidarono alle cure di un convitto cattolico per metterlo in salvo, prima di finire deportati nei lager. Ha insegnato a Ginevra, poi per molti anni a Tel Aviv e a Los Angeles. La biografia di quello che è probabilmente il massimo storico vivente dell’Olocausto attraversa continenti, lingue, culture, stagioni. Eppure, lungi dal rifugiarsi nello stereotipo – a volte un po’ civettuolo – dell’ebreo errante, Friedländer ha fatto del suo spaesamento un metodo, e di questo carattere apolide il suo punto di forza come studioso. Aggressore e vittima, appena pubblicato da Laterza (156 pagine, 15 euro), è un plaidoyer per una “storia integrata dell’Olocausto”, una storia cioè che sappia tener conto di tutti gli attori coinvolti in quella serie terribile di eventi, come pure dei loro punti di vista e delle loro mentalità. Ed è anche l’occasione per dare una sbirciatina nel capanno degli attrezzi di un grande storico.

“Ho cercato di tracciare una raffigurazione complessiva che includesse tutte le parti: i tedeschi, l’ambiente europeo e le stesse vittime, le comunità ebraiche e gli individui ebrei”, spiega Friedländer in una lunga conversazione con storici e giornalisti, che occupa la terza e più interessante parte di Aggressore e vittima. Il titolo dell’edizione italiana echeggia quello che vent’anni prima un altro grande storico dell’Olocausto scomparso in anni recenti, Raul Hilberg, aveva scelto per una delle sue opere: Carnefici, vittime, spettatori. A Hilberg, l’autore del fondamentale La distruzione degli ebrei d’Europa, Friedländer riconosce immensi meriti, ma gli rimprovera un’attenzione eccessiva al meccanismo burocratico-amministrativo della Soluzione finale che finisce per eclissare le vite e le storie delle vittime. Al contrario, Friedländer ha scelto di raccontare la storia dell’Olocausto attingendo anche a tutte quelle fonti che Hilberg relegava in secondo piano: la sconfinata mole di diari, testimonianze e memoriali. Il risultato è il monumentale dittico La Germania nazista e gli ebrei, frutto di decenni di lavoro. Leggi il seguito di questo post »

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gennaio 14, 2010 at 7:51 PM

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Annus Mirabilis. Il Guvi Book Award 2009

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Caspita, che annata d’oro! Per una volta, sono soddisfatto delle mie letture. E con gran pena sono riuscito a distillare due Top 15 (Narrativa e Saggistica), una Top 10 “di settore” (Extravaganzas) nonché una Caienna dove scontano la loro condanna i tre libri più insulsi letti nel 2009. L’esortazione d’inizio anno, che rivolgo per primo a me stesso, è ancora una volta questa: non farti dettare le scelte di lettura dai calendari degli editori e degli uffici stampa, dal ricatto dell’attualità, dal regno dell’adulazione universale (il cui rovescio è il combattimento dei galli) che domina il cosiddetto giornalismo culturale, dalla pressione di compagnie e circoletti, spesso amabili, che fanno leva sul senso di vergogna. “Ma come, non hai letto Tal de’ Tali?”. Ebbene no, non l’ho letto, non lo leggerò mai: la vita è troppo breve. Siate crivellati di lacune, con lo stesso orgoglio che il nobile Gruviera ostenta nel vostro frigorifero. Leggete i classici, e seguite le vostre ossessioni ovunque vi portino. Tutto il resto è enciclopedismo, snobismo, accademia, fighettismo letterario, o soggezione alla “fama”: che è poco meno che vento.

Se non vi fidate di me, fidatevi di Jonathan Swift: “Dei settemila scritti attualmente prodotti in questa rinomata città, prima che il sole abbia compiuto la prossima rivoluzione, non resterà l’eco di alcuno”. O di Joseph De Maistre: “Ma una raccomandazione mi resta da farvi, Signora, ed è che, all’epoca in cui viviamo, è più che mai necessario di stare in guardia contro la riputazione dei libri, visto che il secolo che tramonta rimarrà sempre segnato nella storia come la grande epoca della ciarlataneria in tutti i campi, e soprattutto delle fame usurpate”.

E ora, le classifiche (compilate, per pigrizia, in ordine sparso, in una notte quasi insonne: perciò non è detto che il numero sette sia meno bello del numero tre, eccetera). Leggi il seguito di questo post »

“Conducta Impropria”: un documentario sull’universo concentrazionario castrista

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Ho deciso di pubblicare su YouTube un documento straordinario e pressoché introvabile, che per colpevole pigrizia avevo lasciato sonnecchiare per anni in un vecchio VHS. Si tratta del documentario Conducta Impropria (1984) di Néstor Almendros e Orlando Jiménez Leal che ha per oggetto le UMAP (Unità Militari di Aiuto alla Produzione), i campi di concentramento che Fidel Castro creò negli anni Sessanta per internarvi omosessuali, dissidenti, capelloni, “asociali” e altri nemici della Rivoluzione. Nel documentario ci sono testimonianze di anonimi sopravvissuti alla repressione totalitaria, di scrittori come Reinaldo Arenas, Guillermo Cabrera Infante e Juan Goytisolo, di intellettuali come Susan Sontag, di dissidenti come Carlos Franqui e Armando Valladares. Un documento quasi “clandestino”, fondamentale per conoscere il vero funzionamento e il vero volto del potere castro-guevarista.

Qui trovate il documentario, diviso in dodici spezzoni (abbiate venia per eventuali problemi tecnici):

E qui, se volete una prima informazione sull’argomento, un estratto della mia postfazione al romanzo-testimonianza Il lavoro vi farà uomini di Félix Luis Viera (Cargo edizioni) che Notizie Radicali ebbe, qualche anno fa, la bontà di ospitare.

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gennaio 5, 2010 at 7:45 PM

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Río Quibú: la Cuba cannibale ha la Castro-enterite

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Amare, ironiche, perfino umoristiche – se ci armiamo del necessario “sentimento del contrario” – sono le vicissitudini della figura del caudillo, il governante populista, nella letteratura latinoamericana.

Mario Benedetti, il grande scrittore uruguaiano morto appena qualche mese fa, dedicò il saggio El recurso del supremo patriarca – curioso titolo “patchwork” – a tre romanzi di metà anni Settanta: Il ricorso del metodo del cubano Alejo Carpentier; Io il supremo del paraguaiano Augusto Rua Bastos; L’autunno del patriarca del colombiano Gabriel García Márquez. Tutti e tre i libri ruotavano attorno al massiccio imponente e tenebroso del caudillo archetipico, delineandone i contorni quel poco che bastava perché il lettore avvertito potesse riconoscervi, a piacimento, l’uno o l’altro tiranno locale.

Ma l’umorismo vuole che ad accomunare i tre autori, come pure il loro illustre recensore, fosse anche qualcosa di meno nobile: tutti infatti erano pronti a fare un’eccezione per difendere a spada tratta la dittatura di un caudillo caraibico, tale Fidel Castro. L’unico superstite, García Márquez, seguita a farlo ancor oggi: e proprio il mese scorso glielo ha rinfacciato, dalle pagine del prestigioso Letras Libres, il messicano Enrique Krauze.

Ronaldo Menéndez, esule cubano a Madrid di neppure quarant’anni, non è certo Carpentier o García Márquez, ma quanto meno il suo Río Quibú non soffre di questa maligna o astuta schizofrenia. Su tutto il romanzo – da poco pubblicato in Italia da Fazi (160 pagine, 16,50 euro) – aleggia lo spettro di un non meglio precisato Generale. E anche se Fidel Castro, a differenza del suo pupillo Hugo Chávez, non proviene dai ranghi delle Forze armate, sappiamo benissimo che è lui l’innominato di cui si parla: “Questa è un’isola strangolata e con la lingua di fuori, qui non c’è futuro nemmeno quando muore il Generale”. Leggi il seguito di questo post »

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novembre 19, 2009 at 7:44 PM

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Contro gli stakanovisti della firma, o del clic

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Riprendo tra le mani un libro illuminante sul maggio parigino, il quaderno d’appunti che l’erudito ucraino ed ex deportato Piotr Rawicz compilò a caldo nei giorni delle barricate. S’intitola Bloc-notes d’un contre-révolutionnaire, ou La gueule de bois (Gallimard, 1969). Trovo questo passo, che avevo sottolineato:

Visita presso un grande editore della rive gauche, nell’ufficio di uno dei suoi direttori di collana. Il telefono squilla senza sosta. Stavano redigendo una mozione, un “manifesto” sulla “manifestazione” di ieri… da far firmare a tutti i firmatari abituali, tutti gli stakanovisti della firma. Si discute di virgole e di punti. Conviene dire “il movimento internazionale della gioventù” o piuttosto “il movimento della gioventù dei paesi”?… Un’illusione di attività, di comunione con il mondo… attraverso le firme. Che misero surrogato! Il tutto per scappare al vuoto e alla solitudine.

Vedendomi sfilare sotto gli occhi ogni giorno, via Facebook e simili, mandrie foltissime di appelli più o meno sensati, più o meno peregrini, mi chiedo se gli stakanovisti della firma non abbiano ormai perso ogni residua zavorra che li ancorava alla realtà, forti di un mezzo che permette di sfornare petizioni a centinaia, e di raccogliere con la stessa facilità centinaia di adesioni. Quando si stampa troppa moneta, l’inflazione è ineluttabile.

A costo di sembrare un paleo-materialista, di quelli che considerano con sospetto l’economia finanziaria e non danno credito che alle acciaierie, alle industrie tessili o ai caseifici, confesso di diffidare di qualunque forma di impegno politico che non comporti lo scendere dal letto, infilarsi le scarpe, raggiungere posti scomodi magari sotto la pioggia e, se possibile, spendere dei soldi. Anche su PayPal, se è il caso.

Come va ripetendo da anni Marco Pannella con l’ossessività di cui lui solo è capace, “non esiste professione di fede valida che non sia accompagnata dall’obolo di uno scellino”.

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novembre 16, 2009 at 7:40 PM

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Lost in the Twilight Zone

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Immaginate che qualcuno vi racconti questo abbozzo di storia, presentandola come canovaccio di una nuova e rivoluzionaria serie televisiva: un biplano Nieuport ai tempi della Grande guerra attraversa in volo una nube dalle misteriose proprietà; l’uomo che lo sta pilotando si trova catturato in un paradosso spazio-temporale, è scaraventato in una base aerea americana quarant’anni più tardi, sotto gli occhi dapprima scettici e poi allibiti degli abitanti del futuro.

Ecco, se vi annoverate tra i tanti cultori incalliti di Lost che attendono sfiniti la sesta e ultima stagione, quasi di certo alzerete gli occhi al cielo e sospetterete che l’affabulatore in questione voglia immettersi nella scia fortunata della vostra serie prediletta, come tenta di fare proprio in queste settimane il furbesco e raffazzonato FlashForward. Vi sbagliereste, e di grosso. Non è del futuro che stiamo parlando, bensì del passato: la trama è quella di L’ultimo volo, uno degli episodi della prima stagione di Ai confini della realtà, la serie televisiva americana che debuttò sulla CBS nell’ottobre del 1959, esattamente cinquant’anni fa.

Il minimo che si può concluderne è che Rod Serling, che di quella serie fu demiurgo e timoniere per tutte e cinque le stagioni dal 1959 al 1964, inventando e adattando decine di storie e scrivendo buona parte delle sceneggiature, aveva qualcosa in comune con il luogotenente William Decker, lo spaurito pilota britannico a bordo del Nieuport: anche a lui toccò in sorte il privilegio di dare una sbirciatina nel futuro. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

novembre 1, 2009 at 4:38 PM

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