Archive for the ‘Politica’ Category
Edipo a Cologno
Una tragedia dei tempi nostri potrebbe chiamarsi Edipo a Cologno. A Cologno Monzese, s’intende, all’ombra della torre Mediaset. Perché hai voglia a ripetere la filastrocca delle tre i (internet, impresa, inglese), per trovare il bandolo dell’attualità è sempre meglio aver fatto il liceo classico. Il 25 giugno, all’indomani della sentenza del processo Ruby, Ezio Mauro scriveva che sì, il verdetto riguarda concussione e prostituzione minorile, ma una legge non scritta e anteriore a ogni codice impone di condannare due colpe più grandi: l’abuso e la dismisura, dove quest’ultima è da intendersi “come cifra dell’eccesso di comando, grado supremo della sovranità carismatica”. Gli faceva eco Michele Serra dall’“Amaca”, censurando, in Berlusconi, “la complessiva, spaventevole dismisura nel suo rapporto con le leggi, con i limiti del potere, con i media, con le femmine (sic), con i soldi, con le Questure, con la vecchiaia, con il calcio, con la calvizie e perfino con l’elemosina”. Veniva infine l’abiura di Lele Mora: “Dismisura, abuso di potere, degrado: è vero, vi è stato”. Leggi il seguito di questo post »
L’incognita del cinepanettone
Partiamo da un’equazione politico-cinematografica di Curzio Maltese: «Il cinepattone è stato al ventennio berlusconiano così come i “telefoni bianchi” stavano al ventennio fascista». La migliore illustrazione satirica di questa formula è in Boris: il film (2011), costola cinematografica della serie televisiva omonima, dove c’è un regista che vuole trarre da La casta di Stella e Rizzo un bel film poetico-civile sul modello di Gomorra ma a forza di compromessi al ribasso finisce per girare un atroce cinepanettone a sfondo politico, Natale con la casta. La sceneggiatura comincia così: «L’Italia è il paese che amo…», come il videomessaggio della discesa in campo del 1994. Dunque, parrebbe di capire, il berlusconismo è stato un cinepanettone lungo vent’anni. Ma come sappiamo fin dai tempi della scuola, nelle equazioni c’è sempre un’incognita. Dov’è, in questo caso? Semplice: la x è proprio il cinepanettone. Perché quelli che ne parlano come di un concentrato del degrado italiano sono i primi che non si degraderebbero mai a vederne uno. Paradossale, vero? Si dice che in un film c’è l’essenza dell’Italia, ma questo non incuriosisce a sufficienza da spingere a studiarlo. Leggi il seguito di questo post »
La lotta di classe, da Gramsci-Togliatti a Gassman-Tognazzi
Uno attende per anni sulla sponda del fiume, finché un giorno l’occasione arriva; l’occasione, intendo, per raccontare l’incontro più surreale della mia vita. Fu a Londra, nel 2007, durante una conferenza sui cult movies che surreale lo era già di suo. C’era, tra i relatori, una dottoranda giapponese che viveva in California e parlava un perfetto italiano. Lo aveva studiato per anni, mi confidò, con uno scopo preciso: vedere in lingua originale i film con Franco e Ciccio, che erano al centro dei suoi interessi accademici. Ai suoi occhi, ero un privilegiato; ai miei occhi, era una pazza furiosa. Ma a Londra era venuta per parlare d’altro, ossia del cinema “decamerotico”, le commedie sexy in costumi medievali come I racconti di Viterbury, Fratello homo sorella bona e Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno. Si era persuasa che quei film dei primi anni Settanta, con le loro storie di adulterio, cinture di castità scassinate e crociati cornificati, riflettessero meglio di tante opere maggiori le tribolazioni della società italiana alle prese con l’introduzione del divorzio. Dovetti riconoscerlo: la giapponese pazza aveva ragione. Leggi il seguito di questo post »
Consigli da una regina alla Boldrini in tema di porno-fotomontaggi
La storia non è magistra di niente che ci riguardi, ma questo non le impedisce di molestarci sotto forma di déjà-vu. Roma, primavera del 2013: Giovanna Pirrotta, la giovane assistente di Laura Boldrini, depone sulla scrivania della Presidente della Camera le stampe di alcuni fotomontaggi; in uno di essi il suo volto sorridente è innestato sul corpo di una donna violentata da un nero. Roma, primi di febbraio del 1862: giunge a Pio IX, da un ignoto mittente, un misterioso plico, che viene recapitato anche all’imperatore Napoleone III, a Vittorio Emanuele, alla corte di Vienna e a quella di Monaco di Baviera. Contiene anch’esso dei fotomontaggi osceni: la testa è quella di Maria Sofia di Wittelsbach, ultima regina consorte del Regno delle Due Sicilie, sorella minore di Sissi, esule a Roma con il marito Franceschiello. E il corpo? Be’, quella è una storia lunga. Ma sentiamo come i pruriginosi prelati del Sacro Tribunale descrivono le fotografie. Una di esse “rappresentava la Regina ignuda al bagno in una bagnarola rotonda, sulla quale galleggiavano membri umani di tutte le proporzioni quali ella andava accarezzando”; in un’altra “si vedeva ignuda, lunga sopra un sofà, avendo sopra in atto di coito uno zuavo in modo da non vedersi il volto”. Un’altra ancora “rappresentava la regina sempre tutta ignuda in un sofà mezza addormentata, e Sua Santità che sta per entrare nella porta che vedesi traschiusa, ed il Generale francese in distanza vestito però alla borghese che segue Sua Santità”. Sono cinque, in tutto, le composizioni pornografico-allegoriche che innescano il primo grande scandalo del fotomontaggio satirico. Leggi il seguito di questo post »
Il testamento tradito di Gerardo Chiaromonte
“La frase più mostruosa di tutte: qualcuno è morto ‘al momento giusto’”, diceva Elias Canetti. Forse non mostruosa, ma certo terribile e vana, è anche la frase inversa: qualcuno è morto al momento sbagliato. Eppure, a rileggere oggi I miei anni all’Antimafia 1988-1992, il dattiloscritto incompiuto di Gerardo Chiaromonte pubblicato nel 1996 dall’editore Calice con prefazione di Giorgio Napolitano, si è attraversati a ogni pagina da quel pensiero insensato. Chiaromonte morì il 7 aprile del 1993. Dell’ultimo libro, e postumo, di un uomo pubblico si è soliti dire che è un testamento; si omette di precisare che un testamento letterario è, per definizione, un insieme di disposizioni che gli eredi si guarderanno bene dal tenere in conto.
Il tono dominante di quei ricordi della Commissione antimafia, che Chiaromonte presiedette nel periodo cruciale culminato con le uccisioni di Falcone e Borsellino e con l’avvio di Mani pulite, è il rammarico. Rammarico di chi vede il proprio partito – il Pci, poi il Pds – correre all’abbraccio con la Vergine di Norimberga delle avanguardie giudiziarie e delle loro appendici politico-giornalistiche. Se il memoriale del senatore migliorista è un documento così unico, è perché consente di assistere, passo dopo passo, a quella lunga discesa nel buio. Chiaromonte annota la sua “angoscia” – usa questa parola – quando una parte dei suoi compagni si accoda alla Rete di Leoluca Orlando nella campagna contro Falcone. E si avvilisce quando i dubbi del magistrato sul “terzo livello” politico di Cosa nostra provocano l’ira non solo di Orlando, ma “purtroppo anche di quegli esponenti del Pds che, in modo assai schematico, parlavano e sparlavano di cose di mafia”. Leggi il seguito di questo post »
Koba il venerabile. Stalin, Bobbio, l’Unità
Sarà che sono entrato in sala a film finito. Sarà che sono un anticomunista maramaldo, con tutto quel che ne viene di viltà e di candida ferocia, e che ho avuto a che fare solo con un’ingombrante carcassa storica che tutto sommato mi sembrava doveroso oltraggiare. Ma ecco, più della lettera arcinota del venticinquenne Bobbio a Mussolini mi ha fatto sobbalzare la lettera inedita del settantacinquenne Bobbio a Paolo Spriano. È datata 8 ottobre 1986, e l’ha pubblicata ieri l’altro l’Unità. L’occasione la forniva un libro, Le passioni di un decennio, che lo storico comunista aveva dedicato agli anni tra il 1946 e il 1956. Di quelle antiche passioni, scrive Bobbio, “è rimasto fermissimo in me il rifiuto di mettere in un solo sacco nazismo e stalinismo. Machiavelli diceva che è lecito al principe violare le regole della morale comune se fa ‘gran cose’. Questa massima a Stalin è applicabile (la costruzione di una società socialista è una ‘gran cosa’), a Hitler no. Hegel diceva che al fondatore di stati, che chiama ‘eroe’ o uomo della storia universale, è lecito usare la violenza che ai suoi seguaci non è più permessa. E per citare ancora Machiavelli, non ho mai trovato ritratto più somigliante a Stalin di quello che egli traccia in poche parole incisive di Annibale: ‘…quella sua inumana crudeltà, la quale insieme con infinite virtù, lo fece sempre, nel cospetto dei suoi soldati, venerando e terribile’. Venerando e terribile. Si può dire di più e di meglio? Il vostro Stalin, e potrei anche dire il nostro, non è stato, e in fondo in fondo è tuttora, ‘venerando e terribile’?”. Leggi il seguito di questo post »
Abbacchio con patate senza abbacchio. Su Nicola Chiaromonte
Ordinare un abbacchio con patate e vedersi recapitare delle patate senza abbacchio; comprare Il tempo della malafede e altri scritti di Nicola Chiaromonte e constatare, scorrendo l’indice, che non c’è “Il tempo della malafede”, ma solo gli altri scritti. Sono due incidenti che possono rovinarvi, rispettivamente, il pranzo di Pasqua e le letture di Pasquetta. Nel primo caso, però, si può sempre pensare che sia all’opera un cameriere pasticcione come il Chaplin di Tempi moderni, che deve servire un’anatra arrosto in un ristorante affollatissimo ma porta in tavola solo il contorno, perché l’anatra si è impigliata nel lampadario. Il caso di Chiaromonte è più difficile da decifrare, già che lo stesso piatto incompiuto sarà servito a tutta la mensa famelica dei lettori, e ci si chiede se non altro cosa passasse per la mente all’intero ristorante delle Edizioni dell’Asino, dai cuochi al maître di sala, mentre facevano uscire dalle cucine centinaia di abbacchi con patate senza abbacchio. Leggi il seguito di questo post »
La canzone mononota di Eugenio Scalfari
Si dice che un orologio rotto segni due volte al giorno l’ora esatta, ma il commento di Eugenio Scalfari ai risultati delle elezioni spinge a dubitare di questa legge generale. Martedì, su Repubblica tv, il Fondatore ha spiegato la causa profonda del tracollo: un millennio di dominazioni straniere. Si deve al retaggio dei normanni o degli spagnoli se una parte dei nostri concittadini non crede nello Stato e nelle sue leggi, e quella parte degradata “è fatta da due categorie: gonzi o furbi”. Poche settimane prima la pendola scalfariana aveva dato lo stesso rintocco: “La nostra indifferenza alla vita pubblica, la nostra scelta del ‘particulare’, (…) la nostra disponibilità alla demagogia, sono un derivato della nostra storia. ‘Francia o Spagna purché se magna’ è un proverbio che sintetizza quattro secoli di servitù a potenze straniere e a Signorie servili e corrotte”. Anche Scalfari, come Elio, ha la sua “canzone mononota”, e setacciando gli archivi di Repubblica e il mattoncino del Meridiano si potrebbe comporre un breviario dello scalfarismo in pochi semplici concetti, buoni per fraintendere tutte le stagioni della vita repubblicana: la polemica contro “l’uomo del Guicciardini” e il “familismo amorale”, il qualunquismo come nemico mortale, i valori (propri) contrapposti non già ad altri valori ma alla meschinità degli interessi, l’eterna maschera del Pulcinella o del Pantalone identificato, di volta in volta, con uno dei personaggi che calcano la scena pubblica (Berlusconi prima di tutto, ma ora per lui è Grillo “l’arci-italiano del peggio”), insomma tutta la sentina dei vizi italici su cui far discendere l’apostolato civile dell’“Officiante del dover essere”, titolo di cui Scalfari stesso si è voluto fregiare. “È la maledetta malattia italiana: l’uomo del Guicciardini, che tira a campare; il solito Stenterello, servitore di dieci padroni”. Questo però non è Scalfari, è Piero Calamandrei, addì 1946, all’epoca del referendum sulla monarchia. Le lancette, a quanto pare, sono ferme lì. Leggi il seguito di questo post »
Date un’istitutrice a quei matti dei liberali
Chissà se Emmanuel Carrère getta un occhio alle cronache italiane. Dopo aver dato consacrazione romanzesca all’ergastolano Jean-Claude Romand, che si finse medico per decenni e una volta scoperto sterminò tutta la famiglia, l’autore dell’Avversario potrebbe incapricciarsi del nostro genio minore (e innocuo) dell’affabulazione e della millanteria, e offrire ad Adelphi il bestseller della prossima stagione: Gianninov. Sarebbe un buon risarcimento per la cattiva prosa che abbiamo dovuto scontare in questi giorni, per la spietata bonarietà di qualche collega maramaldo, la Schadenfreude piccina degli invidiosi, l’improvviso rigore di certi gesuiti che si sono scoperti, da un giorno all’altro, calvinisti. Forse solo Carrère saprebbe rendere giustizia – e giustizia poetica – alla malinconica follia di Oscar Giannino. A noi non resta che trarre dal suo caso qualche timida lezione, e cogliere l’occasione per mettere all’ordine del giorno un vecchio tema liberale: la pazzia.
Perché, vedete, nel piccolo mondo dei liberali italiani il caso Giannino è meno isolato di quanto si possa credere, e i lunatici sono gente di casa. Chiunque abbia frequentato circoli e circoletti liberali, riunioni di riviste benintenzionate morte prima del numero zero, assemblee fondative di comitati ambiziosissimi sciolti dopo un quarto d’ora per dissensi inconciliabili, conferenze semideserte su temi frizzanti come “Attualità di Nicola Chiaromonte” o “Il concetto di catallassi dopo F. von Hayek”, sa fin troppo bene di cosa parlo. L’austerità delle discussioni e la solennità delle sedi non basta a cancellare una sinistra atmosfera da freak show: c’è sempre, in queste occasioni, il diciottenne allampanato con la riga in mezzo e con la pipa; il tipo vestito da capo a piedi di velluto; quello che sul più bello, con naturalezza, tira fuori un orologio da tasca; quello con i basettoni rossicci e un bel basco messo di sghimbescio che mastica nervosamente un toscano mentre si accalora parlando di Malagodi. Tu li guardi e tremi al pensiero che da un momento all’altro, come nel film di Tod Browning, questi freak liberali si voltino sorridenti verso di te e ti accolgano cantilenando “One of us, one of us”. Leggi il seguito di questo post »


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