Guido Vitiello

Archive for the ‘Il Foglio’ Category

Da questa parte per la Mitteleuropa. Wilder contro Kubrick (Mani bucate, 35)

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C’è una Mitteleuropa di sogno, più vicina alla Perla di Kubin che alla Kakania di Musil, che si può raggiungere solo alla cieca, come in quel gioco di fine Ottocento – che ancora sopravvive nelle feste dei bambini – dove si tenta, bendati, di appuntare una coda a un mulo di cartone. Non speri di piantarci mai la sua bandiera chi si affatica a studiarne la mappa con occhi sgranati. Per Eyes Wide Shut, Kubrick scelse la via più turistica: prese la Vienna della Traumnovelle di Schnitzler, la imballò e la traslocò nella New York degli anni Novanta, con gesto meno vistoso, ma forse non meno pacchiano, dell’impresario che ricrea i canali di Venezia in un hotel di Las Vegas. Arbasino gli dedicò, all’epoca, qualche pagina di smagliante ferocia. Le scappatelle simmetriche degli sposini Cruise e Kidman – “un profilo di tucano e una faccetta meno espressiva del suo culo” – lui catturato in un bunga bunga wagneriano, lei in un incubo orgiastico piagnone, erano destinate a rientrare nell’angolo-cottura; e la ruvida battuta finale (“C’è una cosa molto importante che noi dobbiamo fare prima possibile: scopare”) era assimilata da Arbasino alla saggezza della nonna – “un purgantino o un clisterino risolvono tutto, purché sia salvo il sacramento del Matrimonio”. Leggi il seguito di questo post »

“Dovrebbe accadere un cataclisma” (piccolo angolo della paranoia)

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Dal Pendolo di Foucault, capitolo 30, pagina 161: “Lo incatenano nell’isola di Patmos e il poveretto incomincia ad aver le traveggole, vede le cavallette sulla spalliera del letto, fate tacere quelle trombe, da dove viene tutto questo sangue… E gli altri a dire che beve, che è l’arteriosclerosi… E se fosse andata davvero così?”. L’apostolo Giovanni sarebbe dunque uno di quei tipi strambi che non mancano mai in un buon thriller fantapolitico, l’ubriacone paranoico con la testa piena di congetture che vive in una stamberga tappezzata di ritagli di giornale, fotografie, appunti scarabocchiati, frecce che connettono tutto con tutto secondo leggi imperscrutabili di causalità. Se fossimo in un film, però, il finale sarebbe facile da prevedere: una mattina tutti si svegliano al suono delle trombe dell’Apocalisse e capiscono che il pazzo aveva ragione. Bene, tenete presente questa premessa quando mi ritroverete con la barba sfatta, tra portacenere traboccanti e lattine di birra accartocciate, ai piedi di una grande bacheca di sughero. Sotto la scritta a pennarello “Segni dei Tempi 1992-2017” noterete alcuni foglietti strani. Leggi il seguito di questo post »

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marzo 8, 2017 at 12:30 PM

Dalla culla alla tomba (Mani bucate, 34)

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Giovanni Leone, quando era presidente della Camera, a un deputato che durante un intervento si era scusato di “non essere giurista”, rispose: “Onorevole, non si scusi. Lei è napoletano e quindi è automaticamente un giurista”. L’aneddoto – che d’ora in poi userò come lasciapassare per le mie incursioni in questa terra straniera – è citato in un libro del 1973 scritto da un uomo dal nome invidiabile: Corrado Pallenberg. Pallenberg non era un giurista, e – cosa più grave – non era neppure napoletano. Romano, figlio di un pittore tedesco, faceva il giornalista tra l’Italia e l’Inghilterra dopo anni avventurosi che lo avevano visto ufficiale di complemento in Abissinia, poi nella campagna di Russia, infine partigiano. Ma proprio questa natura di eccentrico e di intruso gli valse gli elogi di Giuseppe Branca, che aveva finito appena il suo mandato da presidente della Corte Costituzionale quando scrisse la prefazione del libro. Anch’esso dal titolo notevole: Culla del diritto, tomba della giustizia. Diagnosi del collasso del sistema giudiziario italiano, Palazzi Editore. È di questo volumetto dimenticato, salvo precedenti a me ignoti, la paternità di una metafora cara a Sciascia, che la usò prima nel 1981 nel Teatro della memoria (“questo nostro paese che si proclama culla del diritto ma certamente ne è bara”), poi in un’intervista del 1984 a una rivista di Racalmuto dal nome anch’esso splendido: “Malgrado tutto”. Leggi il seguito di questo post »

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marzo 4, 2017 at 1:12 PM

Masochismo e suicidio delle classi dirigenti (Mani bucate, 33)

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“Io fui Paolo già. Troppo mi scuote il nome di Virginia”; ma l’incredibile caso Raggi-Berdini suscita reminiscenze letterarie ben più cupe di questi versi di Gozzano o del romanzo di Saint-Pierre che li ispirò. La tortuosa sequela di umiliazioni a cui si è sottoposto liberamente l’assessore – le accuse lanciate alla sovrana credendosi al riparo dai suoi occhi (un caso di scuola di “atto mancato”); l’autodenigrazione pubblica del giorno dopo (“Sono un coglione, questa è la verità”); il risentimento verso il cronista che aveva spezzato il patto di vassallaggio; l’attesa tormentosa di un responso o di un perdono – tutto questo ha una sola pietra di paragone nella storia della letteratura, ed è la Venere in pelliccia di Sacher-Masoch. Leggi il seguito di questo post »

Kabarett der Komiker (Mani bucate, 32)

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I tedeschi del tempo di Weimar saranno pure stati sonnambuli che pencolavano sull’orlo dell’abisso; ma erano comunque abbastanza svegli da saper distinguere a colpo d’occhio un raduno di nazisti in una birreria di Monaco da uno spettacolo di cabaret di Karl Valentin in un Tingeltangel bavarese. Bene, buttiamoci una secchiata d’acqua in faccia e appuntiamoci un episodio minore che servirà da nota a piè di pagina per una futura storia del suicidio della Repubblica. Da ieri si può vedere su Netflix il comizio del capo di un partito che, a prender per buoni i sondaggi, potrebbe superare il 30 per cento dei voti. Questo signore si presenta sul palco in camicia nera fuori dai pantaloni – una mise che offre tutto il necessario per inquadrarlo – e chiama a raccolta i diseredati e i falliti. Per un’ora e mezza parla di politica, inneggia al suo movimento, attacca i partiti, i giornali, le banche; dice che le elezioni sono una presa in giro, tanto vale ricorrere al sorteggio, perché gli italiani per metà si astengono e per metà praticano il voto di scambio, e soprattutto perché “è finita questa democrazia che sa di pesce rancido”. Leggi il seguito di questo post »

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febbraio 18, 2017 at 11:31 am

Caffè scorretto

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Nanni Moretti non ha mai girato quel musical sul pasticciere trotzkista nella Roma degli anni Cinquanta, ed è un peccato: poteva essere il suo miglior film. Il mondo invece andrà avanti tranquillamente senza il racconto che sognai di scrivere un’estate di quindici anni fa, e che avrebbe dovuto intitolarsi “Caffè scorretto”. Era la storia di un comunista ravveduto, un omaccione corpulento e sanguigno, che negli anni Novanta apriva una pasticceria a Trastevere. I dolci che preparava erano i più buoni di Roma, ma a ciascuna delle sue specialità aveva dato un nome politicamente scorrettissimo. Leggi il seguito di questo post »

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febbraio 12, 2017 at 12:44 PM

La biblioteca dei Padri weimariani (Mani bucate, 31)

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Chi l’avrebbe detto che fondare un Ordine mendicante fosse così costoso. Alle porte dei Padri weimariani bussano senza tregua i postulanti, e in un paio di giorni il noviziato si è affollato contro ogni speranza, alleluia! Da queste pagine è arrivato frate Adriano (“Futili sono sempre le circostanze dei trapassi d’epoca”; ma “sotto la futilità spesso grottesca delle increspature di superficie passano correnti profonde spesso destinate a farsi invincibili. È la partita dell’occidente contro l’occidente”). Frate Antonio, già abate dei Monaci riformisti, ha scritto sul Corriere che si prepara “l’esplosione di ogni residuo centro di mediazione in una frammentazione di stampo weimariano”. Ma è da largo Fochetti che si è formata la processione più lunga. Il converso Michele, che coltiva sull’Amaca il vizio capitale dell’accidia, si è riscosso per dirci che dobbiamo capire se tra Weimar e il fascismo “c’è un nesso diretto e inevitabile, oppure esistono vie di scampo”. A frate Ezio è stato rivelato che oggi “finisce quel lunghissimo dopoguerra in cui la democrazia sembrava aver concluso da vincitrice la contesa con i due totalitarismi”. Infine l’adesione più piena, da frate Paolo Rumiz: “Tutto è davvero possibile. Karl Kraus, negli anni Venti, parlò dello stato di sonnambulismo in cui si trovava l’Europa alla vigilia della Grande Guerra. Facce da clown, disse, recitarono un copione da tragedia. Immagine perfetta anche per descrivere i populisti di oggi”. Leggi il seguito di questo post »

Fratelli weimariani, la fine è vicina (Mani bucate, 30)

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Pace e bene a tutti da Padre Weimariano da Torino! Non l’avrei mai detto, ma mi sono ritrovato a fondare un ordine conventuale. Per ragioni di budget è un ordine mendicante, anche se le nostre mani bucate hanno poco a che fare con le stimmate. Noi frati weimariani preghiamo giorno e notte per scongiurare l’apocalisse della Repubblica, di cui vediamo tutt’intorno i segni – i prodigi dei falsi profeti, la grande apostasia della classe dirigente e della borghesia imbelle, la Bestia con il diadema delle cinque stelle, il principe ucraino che si fa tatuare il suo marchio e si mette a blaterare in lingue strane di un “referendum informale” sull’euro, i terremoti, gli ulivi avvelenati dalla Xylella giudiziaria. E ai risolini dei miscredenti – che ci vedono come trappisti politici, intenti a rimuginare la giaculatoria del memento mori mentre passeggiamo a testa china nel chiostro – rispondiamo con il motto di Ennio Flaiano, inciso sullo stemma dell’ordine: “Nel nostro paese la forma più comune di imprudenza è quella di ridere, ritenendole assurde, delle cose che poi avverranno”. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

gennaio 30, 2017 at 11:43 am

Yolocaust, Auschwitz e l’arte del cortocircuito (Mani bucate, 29)

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In attesa del Giorno della Memoria, ecco un piccolo elenco alla rinfusa di fatti diversi degli ultimi anni che nulla hanno a che fare con la memoria: giocare a Pokémon Go nel Museo dell’Olocausto di Washington; srotolare un’enorme bandiera con la svastica sul palazzo della prefettura di Nizza per promuovere un film; riprendere il nonno sopravvissuto e i nipoti che ballano I will survive davanti ai cancelli di Auschwitz e caricare il video su YouTube; disegnare i Simpson dietro al filo spinato; fotografare, oggi, i luoghi dello sterminio usando le stesse angolazioni delle vecchie immagini e poi aggiungere in sovrimpressione, come gli ectoplasmi nelle foto degli spiritisti ottocenteschi, le sagome dei deportati in casacca a strisce. Leggi il seguito di questo post »

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gennaio 23, 2017 at 10:41 am

L’incubo del condannato. Una rêverie metafisica (Mani bucate, 28)

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Il paradosso del sognatore sognato; la mise-en-abîme dei sogni incastonati in altri sogni; l’idea, infine, che il mondo stesso non sia che il sogno di una divinità dormiente. Da questi giacimenti le metafisiche e le mitologie dell’India hanno saputo estrarre diamanti dalle forme più intricate, inventariati negli studi di Arvind Sharma e, soprattutto, di Wendy Doniger. In Occidente si tratta di affari marginali, rimessi quasi per intero alle cure dei letterati – qualcuno penserà a Borges, a Pirandello, all’Unamuno di Nebbia – che spesso ne hanno ricavato opere infrigidite dal concettismo e dall’arguzia. Per il cinema, il pensiero va a quella sotterranea corrente indianeggiante che dal Sogno di prigioniero di Hathaway, venerato dai surrealisti, arriva a Lynch e a certi film-rompicapo degli ultimi anni. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

gennaio 16, 2017 at 2:58 PM