Archive for the ‘Il Foglio’ Category
Non può accaderti nulla (Mani bucate, 19)

Le belle donne costano, diceva qualcuno. Ebbene: costano anche le belle frasi. Molto ho dilapidato per inseguirne una che a esser sincero trovavo quasi brutta, priva di lusinga, come una signorina Felicita; ma che qualcosa di fatale doveva pur averlo, se lasciò un segno permanente su quattro corteggiatori non facili alle smancerie. La frase è questa: “Non può accaderti nulla”. Poca cosa, vedete bene; ma bastò a Ludwig Wittgenstein per intravedere la possibilità della mistica, e riabilitare la religione. Riferisce l’episodio l’amico Norman Malcolm: “Mi disse che in gioventù aveva disprezzato la religione, ma che intorno ai ventun anni qualcosa gli aveva fatto cambiare atteggiamento. A Vienna aveva assistito a teatro a un dramma mediocre, ma in esso uno dei personaggi esprimeva il pensiero che qualunque cosa accadesse nel mondo, nulla di male poteva accadere a lui – era indipendente dal fato e dalle circostanze”. Un’idea stoica non proprio luccicante di novità, c’è da supporre che Wittgenstein l’avesse incontrata prima in Epitteto o in Marco Aurelio, abbigliata di parole non troppo diverse. Ma solo quando la vide sulla scena se ne innamorò: e molti anni dopo, nella Conferenza sull’Etica, mostrò di non averla dimenticata. Leggi il seguito di questo post »
Ho fatto la spesa per Zagrebelsky (Mani bucate, 18)

Ho fatto la spesa per il professor Zagrebelsky. Non parlo di generi di prima necessità – pacchi di pasta, conserve, tonno in scatola, tè al gelsomino. Gli ho comprato un paio di libri, per via di un sospetto che, come vedrete, ho qualche ragione di coltivare. In breve, mi sono detto: Zagrebelsky si era così appassionato alla faccenda dell’unto del Signore, alla discesa in campo come metafora soteriologica, aveva scritto pagine dottissime sulla teologia politica di Silvio Berlusconi. Com’è che non riesce a versare una stilla d’inchiostro, ora che un altro leader chiede ai suoi seguaci di chiamarlo l’Elevato (così Grillo a Palermo; ma aveva fatto lo stesso l’anno scorso a Imola) mentre questi, in responsorio, scandiscono le quattro sacre sillabe, “e-le-va-to!, e-le-va-to!”? Com’è che non gli prudono le dita quando quello stesso leader, nell’aprile scorso e per giunta nella sua amata Torino, amministra la comunione ai vassalli sotto forma di grilli essiccati? Leggi il seguito di questo post »
Qohélet in cyclette (Mani bucate, 17)

Se mi affaccio alla finestra, sul balcone dirimpetto vedo una cyclette. Il sole sorge, il sole tramonta, la cyclette è sempre lì: nera e abbandonata. Sono trascorse molte stagioni, e il proprietario non l’ha smossa di un millimetro; che voglia giocarmi qualche scherzo allegorico mi pare ormai evidente. Poco male, la prendo come un’occasione per allenarmi negli esercizi spirituali che ho appreso molti anni fa da un articolo di Pietro Citati: “Se avremo immaginazione, accoglieremo nella grande rete delle corrispondenze, accanto alle stelle e ai fiori, quello che gli uomini hanno costruito. Anche un vecchio lavastoviglie o un vecchio computer possono entrare nel regno dei rapporti e degli echi, e perdersi nella tenebrosa e profonda unità, vasta come la notte e come la luce, dove la fantasia ama condurci”. Citati non riusciva a scrollarsi di dosso il vezzo dell’umanista saturnino che trova poetica la tecnologia solo allo stato di rovina. Che abbaglio bovaristico! Lo invito ad ammirare, dalla finestra del microonde, il crepitante spettacolo cosmogonico dei popcorn che si formano nel loro sacchetto; o la piccola cerimonia di possessione della lavatrice nella fase della centrifuga, che si dimena e schiuma come una tarantata salentina. Leggi il seguito di questo post »
I, the Jury. De Cataldo a Venezia (Mani bucate, 16)

Con un bel titolo spaccone da romanzo di Mickey Spillane – “Io, giurato” – Repubblica ha presentato lunedì il diario del magistrato-scrittore Giancarlo De Cataldo sui suoi giorni al festival di Venezia. Niente noiose incombenze tribunalizie, niente motivazioni da depositare, lo smoking al posto della toga, film non tutti esaltanti ma comunque più spassosi di una sfilata di testimoni, periti e imputati, Sam Mendes a presiedere l’assise, bellezze come Nina Hoss e Gemma Arterton che ti aspettano in camera di consiglio. Eppure, ci vuole ben altro per mandare in vacanza la deformazione professionale. Alla fine, come si sa, hanno premiato un film filippino su una donna che si è fatta trent’anni di carcere per un omicidio di cui era innocente, una storia ambientata nel 1997. “Aspettiamoci critiche. Un mio vecchio capo diceva: quando una sentenza scontenta tutti, allora è giusta”. Leggi il seguito di questo post »
Ci sono anche ladri platonici (Mani bucate, 15)

Un buon metodo per torcere il collo all’eloquenza è coltivare l’abitudine dispettosa di rispondere alle domande retoriche, come fanno saggiamente i bambini. Questa di Balzac, per esempio, non merita davvero di farla franca: “Dove troverete, nell’oceano della letteratura, un libro che emerga e possa competere in genialità con questo trafiletto: ‘Ieri alle quattro una giovane donna si è buttata nella Senna dall’alto del Ponte delle Arti’?”.
Dove? Ma a casa mia, che domande! – ecco la mia risposta non retorica. Perché questo libro io l’ho trovato, e l’ho ripescato come un relitto dal fondo dell’oceano della letteratura di seconda mano. Si chiama Strangolata con un portacenere, pubblicato da Bompiani nel 1974. Era una raccolta-collage di titoli che Teresa Cremisi ritagliò dai quotidiani italiani per quattro anni, tra il 1 gennaio del 1970 e il 31 dicembre del 1973. Non la solita galleria di refusi comici, di doppi sensi involontari, di lanci d’agenzia surreali: la Cremisi si era accorta che alcuni titoli, separati dai rispettivi articoli come teste spiccate dai corpi, si illuminavano per effetto di un’imprevedibile anamorfosi letteraria o metafisica. Leggi il seguito di questo post »
Giovanni, telegrafista (Mani bucate, 14)

Questa settimana l’ho fatta grossa: ho comprato un telegrafo. D’accordo, non proprio un telegrafo vero, ho comprato un telegrafo giocattolo prodotto negli anni Cinquanta dalla Bral, quella che fabbricava i trenini, il meccano e altre minuterie metalliche. È tutto ossidato e corroso, non c’è verso di farlo funzionare, ma poco importa. L’ho comprato per allestire un modesto tabernacolo casalingo alla più bella, inarrivabile delle canzoni: Giovanni, telegrafista di Enzo Jannacci. Leggi il seguito di questo post »
Charlie Brown amante cortese (Mani bucate, 13)

Apollinaire sposò la sua jolie rousse, Jacqueline Kolb, due settimane dopo aver pubblicato i Calligrammes; Charlie Brown non riuscì neppure a rivolgere un saluto alla “ragazzina coi capelli rossi”, la compagna di scuola di cui era innamorato. Il provenzale che vive in me non ha dubbi su chi dei due meriti la palma della cortesia.
È morta i primi di agosto Donna Johnson, divenuta Donna Wold dopo aver sposato il suo signore feudale, un vigile del fuoco – e ditemi voi se c’è al mondo un nome proprio più trobadorico. Charles M. Schulz, che la corteggiò a lungo, ne mascherò l’identità sotto il senhal di Little Red-Haired Girl – “acciò che il vostro nome dir non oso”, come nel sonetto di Guittone. E le strisce che raccontano il corteggiamento del timido Charlie Brown si possono leggere, oggi, come un’incantevole miniatura novecentesca dell’amore di Jaufré Rudel per la contessa di Tripoli, la Dama amata e mai veduta, conosciuta solo nel momento della morte. Leggi il seguito di questo post »
Mi iscrivo ai terroristi (Mani bucate, 12)

Bellezza riposata dei solai, dove il rifiuto secolare dorme! E dove può capitare di trovare, in una vecchia scatola di scarpe piena di cassette musicali lasciate a svernare per un’improbabile seconda primavera del mangianastri, una Sony HF da 60 minuti, con l’etichetta messa un po’ di sghembo e un misterioso nome appuntato a matita: Magnotta. E al solo leggere quelle tre sillabe, nel mio cuore amico scende il ricordo. Magnotta, nome non fine ma dolce, che come le essenze resusciti le adolescenze del millenovecentoottantasette. La lavatrice – che malinconia! Leggi il seguito di questo post »
Antimafia extraterrestre (Mani bucate, 11)

Sono qui che ripercorro la scala degli “incontri ravvicinati” dell’ufologo J. Allen Hynek per decidere su quale gradino collocare il misterioso fenomeno in cui sono stato coinvolto la mattina del 20 novembre 2015. Quel giorno, poco dopo le undici, mi sono trovato a bordo dello stesso Oggetto Volante Piuttosto Facile Da Identificare – il volo AZ 1797 diretto a Palermo Punta Raisi – in compagnia di due creature extraterrestri di più ardua classificazione, che viaggiavano però separatamente. Il primo era Bruno Vespa, che nello schema delle razze aliene proposto dall’ufologo Brad Steiger credo si possa far ricadere nel tipo Delta, sottospecie insectoids; il secondo era Giorgio Bongiovanni, il veggente di fiducia della Procura di Palermo, direttore della rivista AntimafiaDuemila, con le mani fasciate per via delle stimmate. Il tutto è durato poco più di un’ora, ero stordito e spaventato a morte, scrutavo dal finestrino per controllare se per caso vi fossero strani cerchi nel grano, mi ripetevo come un mantra che la superstizione porta sfortuna e che non dovevo attribuire a quella concomitanza nessun significato particolare; ma col senno di poi mi sento di dire che la categoria più adatta a descrivere ciò che ho vissuto è il cosiddetto CE4, incontro ravvicinato del quarto tipo – un gradino aggiunto alla scala di Hynek dall’intricata casuistica dei suoi prosecutori – ossia il rapimento di un essere umano da parte di un Ufo o dei suoi occupanti. Il termine tecnico è alien abduction. Vi assicuro che non è bello. Leggi il seguito di questo post »
La mano maneggia (Mani bucate, 10)

Alcuni luoghi comuni richiedono una rettifica, un corollario, un lieve aggiustamento di tiro; altri esigono il tributo di sangue di una vendetta. Non giudicare un libro dalla copertina. Che scemenza è mai questa? La fonte, tra l’altro, pare sia il signor Tulliver del Mulino sulla Floss di George Eliot, e io ci penserei bene prima di affidarmi all’autorità di un mugnaio del primo Ottocento che compra i libri in blocco solo perché hanno la stessa legatura (“ho pensato che dovevano essere tutti buoni libri”). Non solo si può giudicare un libro dalla copertina, lo si può anche comprare unicamente per quella, e starsene ad ammirarla come fosse un emblema rinascimentale, considerando il titolo alla stregua del motto latino che accompagna l’immagine allegorica. Leggi il seguito di questo post »
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