Guido Vitiello

Archive for the ‘Il Foglio’ Category

Travaglio e il “cavallo di Ingroia”. I libertari e il culto delle manette

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Cadmo, mitico fondatore di Tebe, seminò i denti del drago che aveva appena ucciso, e dal suolo spuntò una legione di guerrieri armati di tutto punto. Marco Travaglio, mitico fondatore del Fatto quotidiano, non ha ucciso nessun drago (anzi, alla longevità del drago deve le sue fortune: simul stabunt, simul cadent), ma ha seminato per anni ritagli e coriandoli di faldoni giudiziari, requisitorie, intercettazioni, pettegolezzi da comari, vecchi articoli di giornale. E cos’è spuntato fuori, da questa seminagione? Un corrusco esercito di petulanti, monomaniaci, insopportabili soldatini col verbalino. Grilli parlanti che mandano a mente le sue liste di proscrizione dei cattivi d’Italia, che divorano i suoi tomi come nemmeno il Giovanni dell’Apocalisse divora il libro dell’angelo. Che non riescono a condurre uno straccio di ragionamento politico senza tirare in ballo la fedina penale di questo o quel parlamentare, che diventa senza possibilità di replica “il prescritto Tizio” o “il pregiudicato Caio”. E che, soprattutto, a forza di applaudire nelle notti estive il suo teatro di narrazione itinerante su Mani Pulite, hanno incorporato una visione tutta fumettistica e disneyana della storia italiana, dove c’è Zio Paperone, la Banda Bassotti e – grazie al cielo – l’incorruttibile Commissario Basettoni. Leggi il seguito di questo post »

L’errore giudiziario non esiste, i cattivi giudici sì

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Per chi lo osservi con l’occhio spassionato del naturalista, l’errore giudiziario prende spesso l’aspetto d’una valanga. Nel caso Marta Russo, la studentessa uccisa a Roma nel maggio del 1997, a dar l’avvio al crollo fu il microscopico fiocco di neve di una particella depositata su un davanzale, che persuase gli inquirenti che il colpo fosse partito proprio da quell’aula della Sapienza. Da quel primo pallidissimo indizio, che sbiadì ulteriormente nel corso del processo, sarebbero seguiti tutti gli altri errori, e con mezzi non sempre irreprensibili si arrivò a una ricostruzione dei fatti che ripugnava al buon senso e alla logica – e che purtroppo non ripugnò altrettanto alle corti che dovettero giudicarla. Quel che è più grave, sotto la valanga, nella neve alta (mista a molto fango), finirono due che non c’entravano nulla, e la cui unica consolazione è di figurare oggi nei manuali dell’errore giudiziario, tra l’affaire Dreyfus e la Colonna infame. Ma diversamente dalle valanghe, a secondare e ingigantire l’errore non è la fatale inclinazione di un pendio, sono le azioni e le scelte di uomini nel cui potere era di scegliere e agire diversamente. La stessa definizione di errore, a ben vedere, è impropria. “L’errore è nel vagare sulla verità senza riuscire a scorgerla, nel mancare dei princìpi, delle regole, degli strumenti che consentono di scorgerla”, scriveva Leonardo Sciascia nella prefazione a un libro uscito alla vigilia del “referendum Tortora” sulla responsabilità civile dei magistrati; “ma quando i princìpi ci sono, le regole si conoscono e di strumenti si dispone, di errore non si può più parlare: vuol dire, semplicemente, che dei princìpi non si vuole tener conto, le regole non si vogliono applicare, gli strumenti non si vogliono usare”. Leggi il seguito di questo post »

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giugno 22, 2011 at 6:25 PM

Un Kurtz bibliofilo e il suo cuore di tenebra in sedicesimo

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Dice Alexander Pope nel Saggio sull’uomo che il vizio è un mostro dall’aspetto così raccapricciante che per detestarlo basta che lo si veda; ma a forza di guardarlo, il suo volto ci diventa familiare, e va a finire che “prima lo sopportiamo, poi lo compatiamo, infine lo abbracciamo”. E un vizio troppo abbracciato, vezzeggiato e coccolato perde la sua franchezza quasi eroica, la sua spavalda dismisura, cede a una compiacenza un po’ stucchevole. Beati i lussuriosi, i golosi, gli accidiosi; ma quando si mettono a gigioneggiare con il loro vizio, è allora che vengono a noia. Se questo è vero per i vizi capitali, lo è tanto più per quello che Valéry Larbaud chiamava il vice impuni, il vizio impunito: la lettura. Che non è da meno del vino, dei sigari e delle belle donne: un trattatello di Louis Bollioud-Mermet, De la Bibliomanie (1761), riconosceva nell’amore smodato per i libri “un rovinoso eccesso di cui sarebbe importante arrestare l’avanzata”. Eppure se ne va fieri, e non si perde occasione di ostentarlo. Leggi il seguito di questo post »

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giugno 16, 2011 at 10:47 am

La scrittura o la vita. Il grande viaggio di Semprún

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La scrittura o la vita. Sembra un dilemma ozioso da letterati o da esteti, tra un Mallarmé per il quale tutto ciò che esiste è destinato a finire in un libro e un Rimbaud che volta le spalle allo scrittoio e si lancia a trafficare armi in Abissinia. Ma per chi abbia attraversato l’universo concentrazionario e i suoi campi, la scelta tra la scrittura e la vita può caricarsi di ben altra pena, di ben altro rovello. Papavero e memoria, Mohn und Gedächtnis, per usare i termini di Paul Celan: il fiore dell’oblio e la fedeltà interiore a una vicenda così terribile che, se vi s’indulge troppo nei pensieri e nei sogni, impedisce il corso normale della vita. A Jorge Semprún, scampato a Buchenwald, il dilemma si manifestò con evidenza inaggirabile presso la tomba del poeta spagnolo César Vallejo, nel cimitero di Montparnasse: “Io non possiedo altro che la mia morte, che l’esperienza della mia morte, per dire la mia vita, per esprimerla, portarla avanti”, raccontò in La scrittura o la vita, pubblicato in Francia nel 1994. “Bisogna che costruisca della vita con tutta questa morte. E il modo migliore per riuscirvi è la scrittura. Ma la scrittura mi riconduce alla morte, mi rinchiude in essa asfissiandomi”. Leggi il seguito di questo post »

Il teorico del sessantanove. Il Kamasutra di Marshall McLuhan

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Ci sono quelli che hanno fatto il Sessantotto e quelli che hanno fatto il Sessantanove, diceva Alberto Arbasino, ed è una distinzione che mette in chiaro molte cose. Serge Gainsbourg apparteneva alla seconda categoria. Le barricate del maggio parigino preferì seguirle in televisione da una stanza dell’Hotel Ritz perché, confessò, lì almeno c’era l’aria condizionata. Ma non disertò l’avvento dell’anno successivo, il 1969 appunto, e anzi volle salutarlo cantando a duetto con la sua nuova fiamma Jane Birkin la benaugurante 69 année érotique. Il 45 giri uscì a febbraio. A marzo dell’“anno erotico”, appena un mese più tardi, sul paginone centrale di Playboy si poteva ammirare una ventiduenne del New Jersey di nome Kathy MacDonald, una bionda tutta lentiggini e frangetta morbidamente adagiata su un lenzuolo giallino disseminato di fumetti di Dick Tracy e di Charlie Brown. A Gainsbourg sarebbe piaciuta, non c’è dubbio, e con lui a tutta l’allegra brigata del Sessantanove. Ma per gli adepti del Sessantotto quella dea dell’abbondanza sorridente e rotondetta con la sua cornucopia di comics e rotocalchi era l’incarnazione di tutto quel che dicevano di combattere, una Circe insidiosa e maliarda sulle rotte dell’Ulisse rivoluzionario. Leggi il seguito di questo post »

Cantare alla fine dei tempi. Dylan e l’Apocalisse

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Quando, nel 1953, Theodor Reik dava alle stampe The haunting melody, grande studio di psicoanalisi dell’esperienza musicale incentrato sui motivetti che ti si piantano in testa e non vogliono uscirne, Elvis Presley era un oscuro diplomato della Humes High School che si arrabattava a vivere lavorando come camionista per una compagnia elettrica di Memphis. Little Richard non aveva ancora lanciato l’urlo barbarico e dadaista di Tutti Frutti, quell’awop-bop-a-loo-mop-alop-bam-boom che sfida qualunque trascrizione. Bob Dylan era un comunissimo dodicenne di Hibbing, nel Minnesota, che passava i pomeriggi ad ascoltare blues e country alla radio, e si faceva chiamare ancora Robert Zimmermann. Non c’è quindi da stupirsi che Reik, uno dei primi allievi di Freud a Vienna, non spingesse i suoi esempi più in là di Mahler o più in basso di qualche valzer, bagattella o capriccio viennese (di jazz, nemmeno a parlarne). Mai avrebbe potuto immaginare fino a che punto saremmo stati posseduti dagli onnipresenti demoni della musica leggera, fino a che punto le haunting melodies ci avrebbero assillati: non c’è quasi istante in cui – “col favore della Musa o d’un ordegno”, avrebbe detto Montale – la nostra mente non sia occupata da un’eco di canzonetta, a far da basso continuo ai pensieri. Leggi il seguito di questo post »

Ricordatevi di Brontolo

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Gongolo, Pisolo, Eolo… Li conti e li riconti, ne manca sempre uno. C’è una connaturata tendenza a ridurre i sette nani a sei. Ma la regola del nano omesso (aristotelicamente, regola del settimo escluso) trova applicazione anche in meno fiabeschi contesti. Si prenda l’ultimo libro di Paolo Rossi, Mangiare (il Mulino), un saggio di storia delle idee su cibo e civiltà. Come tutti i libri di Rossi, documentatissimo, autorevole, spiritoso. C’è un capitolo sugli scioperi della fame, e non manca proprio nessuno: le suffragette inglesi, il Mahatma Gandhi (e ci mancherebbe), Bobby Sands e i militanti dell’Ira, il dissidente cubano Guillermo Farinas, i digiuni nelle carceri turche. Ce n’è anche per l’Italia: lo sciopero della fame a rotazione annunciato nel giugno 2010 da centoventi parlamentari del Pd in difesa dei lavoratori Eutelia. E siamo a sei. Manca nessuno? Gongolo, Pisolo, Eolo… Rossi li conta e li riconta, ma il nome di Pannella proprio non gli viene in mente.

Se è un caso, non è isolato: capita anzi che Pannella sia spesso il settimo nano che manca all’appello. Un altro esempio? Il dibattito sul “corpo del capo”, sul ritorno della fisicità nella politica italiana. Sono usciti fior di saggi che ripercorrono il tema fin dalle antiche teorie della regalità e da I due corpi del re di Ernst Kantorowicz. Vi si discute molto di Berlusconi, dei suoi lifting e del suo priapismo. Si rievoca di conseguenza il priapismo di Mussolini, immortalato dall’impareggiabile Gadda. Si ragiona sulle foto di Moro nel bagagliaio della Renault 4, e su Pasolini, su Padre Pio, sul culto dei santi, sulle reliquie, sulla mummia di Mazzini. Manca nessuno? Gongolo, Pisolo, Eolo… Ancora lui: Marco Pannella. Poco conta che abbia messo il corpo al centro della politica mezzo secolo fa, che abbia candidato Luca Coscioni, che abbia fatto eleggere Cicciolina, che abbia messo in scena i nudi del teatro Flaiano. Poco conta che, nel 2002, l’Italia ottenne il plenum della Consulta perché un anziano leader aveva bevuto la sua urina in tv. Non c’è verso, la riflessione sul corpo nella politica italiana non passa per lui. Leggi il seguito di questo post »

It’s a plot! Complotti e complottisti d’Italia e d’America

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La cometa di Halley è una trovata pubblicitaria. La Terra è piatta, da Roma a New York non c’è nemmeno mezz’ora di volo, ma lo stato si è messo d’accordo con le compagnie aeree e così a nostra insaputa ci fanno girare in tondo per venti ore. Esistono foto satellitari del pianeta, d’accordo: ma sono grossolani fotomontaggi, si vede pure il bordo bianco attorno all’incollatura, mica ci abbiamo scritto giocondo in fronte. La calvizie? Altro flagello sconfitto da vent’anni, se non fosse che lo stato è in combutta con i “pomatari” delle case farmaceutiche per nascondere ai cittadini il medicamento miracoloso. Chi si ricorda delle strampalate teorie cospiratorie del dottor Gianni Livore, personaggio partorito dal genio di Corrado Guzzanti ormai quindici anni fa? Chiunque volesse studiare il tipo umano del complottista troverebbe in lui tutto quel che gli serve, in quel signore esaurito di mezza età, gli occhi strabuzzati per l’insonnia, ossessionato dal commercialista, dalla burocrazia e dalle analisi mediche, e soprattutto tormentato dalla moglie abruzzese che giorno e notte frigge qualunque cosa nell’olio nero, lo stesso olio nero in cui hanno fritto e rifritto la mamma e la nonna. Tutto puzza di fritto in casa Livore, dal gatto (abruzzese) della moglie ai pulsanti dell’ascensore, tutto eccetto il computer. E così il nostro se ne sta incollato al monitor, in vestaglia, e molesta l’universo mondo, parla con Tokyo e con Hokkaido, con la Cina e con la Mongolia – ma, gli tocca ammettere, “non mi si fila nessuno”. Gli elementi ci son tutti: la crisi di mezza età, la frustrazione amorosa e familiare, ansie e rodimenti economici, l’uso compulsivo di internet e soprattutto il veleno del risentimento, che trova nell’olio nero delle rifritture abruzzesi un’immagine non meno efficace della bile nera dei fisiologi antichi, l’atrabile che governa i temperamenti melanconici e ipocondriaci.
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Illuminismo e lampioni. “Dialogue avec les morts” di Jean Clair

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Nell’estate del 1855, a Parigi, due ingegneri di Lione vollero dare pubblico spettacolo con l’impianto di luce ad arco di loro invenzione: la terrazza dello Château Beaujon fu inondata a sera da una luce così irraggiante che alcuni passanti credettero fosse sorto il sole; “l’illusione era tale”, riportò la Gazette de France, “che gli uccelli, sorpresi nel sonno da quella luce diurna artificiale, cominciarono a cantare”. Ecco, immagini come questa dovremmo tenere a mente quando pensiamo all’età dei Lumi: uscire un poco dal gioco delle metafore, metter da parte il lume interiore della ragione o le tenebre dell’ignoranza e rievocare piuttosto le grandi torri illuminanti che giganteggiavano nelle Esposizioni universali, le strade e le fabbriche perennemente sorvegliate dagli astri impassibili dell’elettricità. Solo così potremo capire come il malcontento per la civiltà sorta dalle Lumières possa nascere, in alcuni, da una pungente nostalgia della penombra. Così, nel 1944, quando le bombe fecero saltare le reti elettriche, lo storico dell’arte Wilhelm Hausenstein poté annotare nel suo diario: “Alla ‘debole’ luce delle candele tutti gli oggetti acquistano un altro rilievo, più profondo, maggiore – quello, appunto, della vera e propria materialità”. Di contro, “la luce elettrica appiattisce gli oggetti; dà loro troppo chiarezza, e in questo modo essi perdono corpo, contorno, sostanza; e soprattutto la loro essenza”. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

Maggio 18, 2011 at 9:43 am

L’Arcano Pontefice. Quasi un thriller esoterico

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Canovaccio di un thriller esoterico ambientato nei sotterranei del Vaticano, ad uso dello scrittore ribaldo in cerca di fortuna. Il processo canonico del beato Giovanni Paolo II fila spedito, fin troppo si direbbe, e si è a un passo dalla dichiarazione di santità. L’avvocato del diavolo, che ha l’ingrato ufficio di frugare il curriculum del canonizzando per coglierlo in flagranza di peccato o d’eresia, da mesi ormai si macera nella noia: tolta qualche lettera di fuoco dal Sudamerica per l’incresciosa vicenda del monsignor Romero, un esagitato dossier dei lefebvriani e un faldone d’illeggibili documenti sull’affaire Marcinkus, non trova materia per comporre le sue animadversiones. Finché, in un giorno assolato, il nostro sbadigliante advocatus diaboli, ormai fiaccato dal demone meridiano dell’accidia, riceve una busta anonima con un vecchio ritaglio di giornale: una fotografia un poco sgranata dove Wojtyla appare seduto a una scrivania con davanti qualche foglio, un microfono, una pila di libri. Leggi il seguito di questo post »