Guido Vitiello

Archive for the ‘Libri’ Category

Il dolce stil fico. Breve trattato sul cool

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Cavalcare la tigre del mondo moderno è impresa che può richiedere, all’occorrenza, qualche compromesso. Ancora alla fine degli anni Ottanta, chi avesse cercato in libreria una copia de Il Mistero del Graal di Julius Evola, il cavaliere nero dell’estrema destra esoterica, si sarebbe trovato tra le mani un alieno sbarcato chissà come nell’orbe editoriale, non privo di un suo charme extraterrestre: un libro lustro e bianchissimo, in copertina una spada scabra conficcata nella roccia, il titolo in rosso fuoco e nero scritto con certi caratteracci tetragoni, a un tempo primitivi e militareschi, che riuscivano nel prodigio di evocare in un colpo solo le piramidi azteche e i prodotti dell’emporio dei carabinieri. Chi però avesse cercato lo stesso libro nel 1995, dopo il restyling delle Edizioni Mediterranee, lo avrebbe trovato irriconoscibile, certo meglio acclimatato sul banco del libraio ma anche sperso nella folla anonima degli altri volumi: copertina di cartoncino grezzo color crema, tutta dissimmetrie disposte ad arte in un vezzoso e calcolato disordine da Feng shui, tinte quasi tenui, un calice d’oro al posto dello spadone celtico, prefatori affabili e conversevoli, e soprattutto caratteri sottili, sempre più sottili, in una rincorsa un po’ affannata al minimalismo imperante. Evola, di punto in bianco, era diventato “cool”. Leggi il seguito di questo post »

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luglio 10, 2011 at 11:52 am

“L’ideale che canta nell’anima di tutti gl’imbecilli”. Benedetto Croce sull’onestà politica

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luglio 8, 2011 at 11:17 am

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“Mistica senza Dio” di Fritz Mauthner

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Jorge Luis Borges lo riteneva uno dei grandi prosatori di lingua tedesca e uno dei cinque autori che più lo avevano influenzato, tanto che scrisse interi racconti ispirati alla sua filosofia. Hofmannsthal lo leggeva avidamente, e ne trasse ispirazione per la Lettera di Lord Chandos. James Joyce incaricò Samuel Beckett di setacciare i suoi scritti a caccia di idee, all’epoca in cui lavorava al Finnegans Wake. Ludwig Wittgenstein gli fu debitore per alcune profonde intuizioni. Eppure, quasi nessuno si ricorda oggi di Fritz Mauthner, scrittore, giornalista e filosofo del linguaggio di origine boema che dedicò tutta la vita a una titanica impresa di demolizione. Due gli edifici da abbattere, o forse le due facce di un solo edificio: il Linguaggio e Dio. Gli dèi non sono che nomi, diceva, e le parole sono le nostre tiranniche divinità. Solo liberandosi degli uni e delle altre si può accedere alla mistica pura, la mistica senza Dio, senza favole e senza teologie, senza templi e senza chierici.

Fritz Mauthner (1849-1923) è autore di romanzi, saggi, scritti satirici, parodie, e soprattutto di due opere monumentali: i Contributi a una critica del linguaggio (1901-1902) e la Storia dell’ateismo in Occidente (1920-1923).

Traduzione e cura di Guido Vitiello

Irradiazioni, 213 pagine, 12 euro

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luglio 7, 2011 at 10:54 PM

L’errore giudiziario non esiste, i cattivi giudici sì

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Per chi lo osservi con l’occhio spassionato del naturalista, l’errore giudiziario prende spesso l’aspetto d’una valanga. Nel caso Marta Russo, la studentessa uccisa a Roma nel maggio del 1997, a dar l’avvio al crollo fu il microscopico fiocco di neve di una particella depositata su un davanzale, che persuase gli inquirenti che il colpo fosse partito proprio da quell’aula della Sapienza. Da quel primo pallidissimo indizio, che sbiadì ulteriormente nel corso del processo, sarebbero seguiti tutti gli altri errori, e con mezzi non sempre irreprensibili si arrivò a una ricostruzione dei fatti che ripugnava al buon senso e alla logica – e che purtroppo non ripugnò altrettanto alle corti che dovettero giudicarla. Quel che è più grave, sotto la valanga, nella neve alta (mista a molto fango), finirono due che non c’entravano nulla, e la cui unica consolazione è di figurare oggi nei manuali dell’errore giudiziario, tra l’affaire Dreyfus e la Colonna infame. Ma diversamente dalle valanghe, a secondare e ingigantire l’errore non è la fatale inclinazione di un pendio, sono le azioni e le scelte di uomini nel cui potere era di scegliere e agire diversamente. La stessa definizione di errore, a ben vedere, è impropria. “L’errore è nel vagare sulla verità senza riuscire a scorgerla, nel mancare dei princìpi, delle regole, degli strumenti che consentono di scorgerla”, scriveva Leonardo Sciascia nella prefazione a un libro uscito alla vigilia del “referendum Tortora” sulla responsabilità civile dei magistrati; “ma quando i princìpi ci sono, le regole si conoscono e di strumenti si dispone, di errore non si può più parlare: vuol dire, semplicemente, che dei princìpi non si vuole tener conto, le regole non si vogliono applicare, gli strumenti non si vogliono usare”. Leggi il seguito di questo post »

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giugno 22, 2011 at 6:25 PM

Ha visto il montaggio analogico? No, ma l’ho ascoltato alla radio

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Un venerdì 17 possono capitare anche cose belle. E così Mariarosa Mancuso ha intervistato Andrea Pergolari e me per la trasmissione “Geronimo” della RSI – Radio Svizzera Italiana. Era mattina presto, e abbiamo fatto il possibile per non far capire agli ascoltatori che eravamo chi in pigiama, chi in mutande. Sul sito della RSI si trova tutto:

“Capita sempre più spesso, ai festival. Le retrospettive sono dedicate a film comici, o di genere, o decisamente trash, che mai sarebbero stati accolti in concorso. Mentre i film in concorso, dopo venti o trent’anni non se li ricorda più nessuno. Non tutti i film di serie B naturalmente sono da rivalutare, si rischia l’effetto Totò: per non sbagliare, si celebrano anche i cinepanettoni. Bisogna distinguere. Ne parliamo con Guido Vitiello e Andrea Pergolari, che hanno appena pubblicato da Lavieri: Ha visto il montaggio analogico? Dieci capolavori del cinema italiano minore scelti per la rieducazione del cinefilo snob”.

Ascolta l’audio

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giugno 22, 2011 at 11:17 am

Un Kurtz bibliofilo e il suo cuore di tenebra in sedicesimo

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Dice Alexander Pope nel Saggio sull’uomo che il vizio è un mostro dall’aspetto così raccapricciante che per detestarlo basta che lo si veda; ma a forza di guardarlo, il suo volto ci diventa familiare, e va a finire che “prima lo sopportiamo, poi lo compatiamo, infine lo abbracciamo”. E un vizio troppo abbracciato, vezzeggiato e coccolato perde la sua franchezza quasi eroica, la sua spavalda dismisura, cede a una compiacenza un po’ stucchevole. Beati i lussuriosi, i golosi, gli accidiosi; ma quando si mettono a gigioneggiare con il loro vizio, è allora che vengono a noia. Se questo è vero per i vizi capitali, lo è tanto più per quello che Valéry Larbaud chiamava il vice impuni, il vizio impunito: la lettura. Che non è da meno del vino, dei sigari e delle belle donne: un trattatello di Louis Bollioud-Mermet, De la Bibliomanie (1761), riconosceva nell’amore smodato per i libri “un rovinoso eccesso di cui sarebbe importante arrestare l’avanzata”. Eppure se ne va fieri, e non si perde occasione di ostentarlo. Leggi il seguito di questo post »

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giugno 16, 2011 at 10:47 am

La scrittura o la vita. Il grande viaggio di Semprún

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La scrittura o la vita. Sembra un dilemma ozioso da letterati o da esteti, tra un Mallarmé per il quale tutto ciò che esiste è destinato a finire in un libro e un Rimbaud che volta le spalle allo scrittoio e si lancia a trafficare armi in Abissinia. Ma per chi abbia attraversato l’universo concentrazionario e i suoi campi, la scelta tra la scrittura e la vita può caricarsi di ben altra pena, di ben altro rovello. Papavero e memoria, Mohn und Gedächtnis, per usare i termini di Paul Celan: il fiore dell’oblio e la fedeltà interiore a una vicenda così terribile che, se vi s’indulge troppo nei pensieri e nei sogni, impedisce il corso normale della vita. A Jorge Semprún, scampato a Buchenwald, il dilemma si manifestò con evidenza inaggirabile presso la tomba del poeta spagnolo César Vallejo, nel cimitero di Montparnasse: “Io non possiedo altro che la mia morte, che l’esperienza della mia morte, per dire la mia vita, per esprimerla, portarla avanti”, raccontò in La scrittura o la vita, pubblicato in Francia nel 1994. “Bisogna che costruisca della vita con tutta questa morte. E il modo migliore per riuscirvi è la scrittura. Ma la scrittura mi riconduce alla morte, mi rinchiude in essa asfissiandomi”. Leggi il seguito di questo post »

Il teorico del sessantanove. Il Kamasutra di Marshall McLuhan

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Ci sono quelli che hanno fatto il Sessantotto e quelli che hanno fatto il Sessantanove, diceva Alberto Arbasino, ed è una distinzione che mette in chiaro molte cose. Serge Gainsbourg apparteneva alla seconda categoria. Le barricate del maggio parigino preferì seguirle in televisione da una stanza dell’Hotel Ritz perché, confessò, lì almeno c’era l’aria condizionata. Ma non disertò l’avvento dell’anno successivo, il 1969 appunto, e anzi volle salutarlo cantando a duetto con la sua nuova fiamma Jane Birkin la benaugurante 69 année érotique. Il 45 giri uscì a febbraio. A marzo dell’“anno erotico”, appena un mese più tardi, sul paginone centrale di Playboy si poteva ammirare una ventiduenne del New Jersey di nome Kathy MacDonald, una bionda tutta lentiggini e frangetta morbidamente adagiata su un lenzuolo giallino disseminato di fumetti di Dick Tracy e di Charlie Brown. A Gainsbourg sarebbe piaciuta, non c’è dubbio, e con lui a tutta l’allegra brigata del Sessantanove. Ma per gli adepti del Sessantotto quella dea dell’abbondanza sorridente e rotondetta con la sua cornucopia di comics e rotocalchi era l’incarnazione di tutto quel che dicevano di combattere, una Circe insidiosa e maliarda sulle rotte dell’Ulisse rivoluzionario. Leggi il seguito di questo post »

E da allora è sempre peggio. Le pagine indispensabili/4

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Ma è deplorevole vedere migliaia di studenti che, invece di coltivarsi realmente, consumano la loro giovinezza nello studio minuzioso di opere mediocri e insignificanti per il fatto che dovranno comparire davanti agli autori o ad amici degli autori. Ho assistito ultimamente, alla Sorbona, ad una riunione di un “gruppo di lavoro”. Si parlava di estetica, più precisamente di “filmologia”. Ci si domandava quale stato ontologico si dovesse dare al film non ancora proiettato sullo schermo, le cui immagini, quindi, non hanno ancora raggiunto la “realtà schermica”. Souriau (che ha per feudo l’estetica e la filmologia, nel qual dominio senza di lui non c’è salvezza), introdusse il termine “realtà pellicolare”. Ma prima d’esser proiettate sullo schermo, prima cioè di passare dalla realtà pellicolare a quella schermica, le immagini attraversano la lente dei proiettori. A questo livello godono dunque di una “realtà lentica”. Ora, cos’è in fondo la proiezione? È un passo avanti. Dunque si dirà una promozione. Ma questa promozione può avvenire dal basso all’alto. Si tratta quindi di una promozione anaforica. Leggi il seguito di questo post »

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Maggio 30, 2011 at 11:00 am

Cantare alla fine dei tempi. Dylan e l’Apocalisse

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Quando, nel 1953, Theodor Reik dava alle stampe The haunting melody, grande studio di psicoanalisi dell’esperienza musicale incentrato sui motivetti che ti si piantano in testa e non vogliono uscirne, Elvis Presley era un oscuro diplomato della Humes High School che si arrabattava a vivere lavorando come camionista per una compagnia elettrica di Memphis. Little Richard non aveva ancora lanciato l’urlo barbarico e dadaista di Tutti Frutti, quell’awop-bop-a-loo-mop-alop-bam-boom che sfida qualunque trascrizione. Bob Dylan era un comunissimo dodicenne di Hibbing, nel Minnesota, che passava i pomeriggi ad ascoltare blues e country alla radio, e si faceva chiamare ancora Robert Zimmermann. Non c’è quindi da stupirsi che Reik, uno dei primi allievi di Freud a Vienna, non spingesse i suoi esempi più in là di Mahler o più in basso di qualche valzer, bagattella o capriccio viennese (di jazz, nemmeno a parlarne). Mai avrebbe potuto immaginare fino a che punto saremmo stati posseduti dagli onnipresenti demoni della musica leggera, fino a che punto le haunting melodies ci avrebbero assillati: non c’è quasi istante in cui – “col favore della Musa o d’un ordegno”, avrebbe detto Montale – la nostra mente non sia occupata da un’eco di canzonetta, a far da basso continuo ai pensieri. Leggi il seguito di questo post »