Guido Vitiello

The Ruby Horror Picture Show

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dracula-has-risen-from-the-grave-movie-poster-1968-1020192415I film dell’orrore usano spesso l’espediente del false ending, il falso finale. Il mostro sembra sconfitto, lo abbiamo visto precipitare nel vuoto, o avvolto dalle fiamme, o richiuso in una bara tre metri sotto terra. I sopravvissuti festeggiano la liberazione dall’incubo. Ma ecco che una zampa pelosa spunta dal ciglio del burrone, uno spettro carbonizzato si presenta alla porta, la mano pallida e affilata del vampiro si apre un varco nel terriccio intorno alla lapide. Lo spettatore ingenuo sobbalza, il più smaliziato per poco non sbadiglia.

Provo qualcosa di simile leggendo i commenti alla sentenza della Cassazione sul caso Ruby, che avrebbe segnato la fine della guerra dei vent’anni, il divorzio tra etica e diritto, il tracollo della giustizia politicizzata e di chissà che altro. È la fine di un’era, dice Lucia Annunziata, nonché l’ennesima sconfitta per “la mia generazione” (santo cielo, basta). “La giustizia repubblicana è sepolta”, twitta Flores d’Arcais, che ha un gusto più spiccato per l’horror e il gotico. Leggi il seguito di questo post »

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marzo 19, 2015 at 10:16 am

La sfinge della responsabilità civile (1987-2015)

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sphinx001 amazing stories v1 # 4In un racconto di Poe, “La Sfinge”, un uomo vede dalla finestra un mostro terrificante, più imponente di una nave da guerra, che discende sul pendio di una collina. Scopre poi che si trattava di una sfinge testa di morto, una farfalla piuttosto inquietante ma pur sempre una farfalla, che si arrampicava su un filo di ragno. Solo per via di un’illusione ottica gli era apparsa così grande da oscurare la collina. Più mi appassionavo al dibattito sulla responsabilità civile dei magistrati, più mi tornava in mente questo racconto. Vezzi letterari, dirà qualcuno: non era più semplice evocare la montagna che partorisce un topolino? E no, qui bisogna aver cura di scegliere bene i simboli, tanto più che la battaglia sulla responsabilità civile, si può dire, non vive che di quelli. È così oggi, e in fondo era così anche nel 1987, l’anno del referendum tradito. Tutto sta a capire che uso si fa delle armi simboliche.

Ho ripreso in mano l’utilissimo Storia di un referendum di Raffaele Genah e Valter Vecellio. Uscito un mese dopo la vittoria del sì, il libro ricostruiva la campagna referendaria e includeva un’antologia del dibattito dell’epoca. Molte pagine danno un brivido di déjà-vu degno di un racconto di Poe. Il fronte del no agitava già allora le stesse sfingi testa di morto gabellate per mostri: il richiamo ricattatorio ai giudici che rischiano la vita, il sospetto di una vendetta orchestrata dai ladri (i politici) contro le guardie, lo spettro del giudice intimidito dall’imputato ricco, le profezie sul collasso dei tribunali, la denuncia lacrimevole di un clima punitivo. I difensori del sì erano più cauti sugli effetti di un’eventuale legge, ma altrettanto persuasi del suo valore di simbolo: era l’occasione per aprire una discussione nazionale sul ruolo del magistrato e sui confini dell’azione giudiziaria. Uno scontro simbolico quanto si vuole, ma con gli stendardi ce le si dava di santa ragione. Andò a finire come sappiamo, ma fu se non altro un grande momento di verità. Leggi il seguito di questo post »

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marzo 8, 2015 at 4:11 PM

Malattia melodrammatica

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6020646_341473Può capitare che la frase giusta sia pronunciata dalla persona sbagliata, nel momento sbagliato e con l’intendimento sbagliato. La risposta che il capo brigatista Mario Moretti diede a Sergio Zavoli, che gli domandava con quale animo avesse affrontato i momenti prima dell’uccisione di Aldo Moro, è probabilmente uno di questi casi: “È difficile in un paese come il nostro, abituato al melodramma, spiegare la tragedia”. Se in Germania il sequestro Schleyer da parte della Raf apparve subito in una luce tragica – tanto che in un film girato a caldo, Germania in autunno, l’archetipo portante era l’Antigone di Sofocle – in Italia anche al caso Moro abbiamo adattato gli schemi più familiari del melodramma: la vittima tenuta ostaggio da barbari aguzzini, che testimonia nella sofferenza la sua virtù, smascherando viltà e macchinazioni dei vecchi compagni di partito. A questa consuetudine antica – Gramsci parlava di “malattia melodrammatica” – la storica Carlotta Sorba ha appena dedicato un libro prezioso, Il melodramma della nazione. Politica e sentimenti nell’età del Risorgimento (Laterza). Prezioso, perché mette in ordine e in prospettiva tratti più o meno latenti della vita pubblica italiana, dal culto della vittima all’onnipresenza delle lacrime all’ostentazione virtuosa dell’indignazione. Leggi il seguito di questo post »

What if Nietzsche…? Esercizi di fantastoria culturale

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meh.ro5451Sarà pur vero che la storia non si fa con i se, ma con i se la si può disfare a piacimento, e riportare al condizionale tutti i suoi indicativi è un esercizio che ha qualcosa di ubriacante. Gli storici, specie americani, tentano esperimenti di “storia controfattuale” (che ne sarebbe del mondo se Napoleone avesse trionfato a Waterloo, se Alessandro Magno non fosse morto così giovane, se i persiani avessero sconfitto i greci a Maratona?). Gli scrittori di fantascienza immaginano le loro ucronie, o s’inventano macchine del tempo che danno l’occasione, per dirne una, di tornare a Braunau am Inn nel 1889 e uccidere nella culla Adolf bebé così da risparmiarsi una guerra mondiale, un genocidio e l’Oscar a Benigni.

Comincio a pensare che lo stesso espediente si dovrebbe applicare sistematicamente alla storia della cultura, non solo alla storia politica e militare. Me ne ha convinto Bernard-Henri Lévy, ignaro fondatore di un genere giornalistico che propongo di battezzare “coccodrillo controfattuale”. Quando morì Claude Lévi-Strauss, nel 2009, BHL scrisse che la domanda corretta da farsi, al momento di congedarsi da un grande, è questa: che cosa non avremmo senza di lui? Un esercizio di fantastoria, appunto. Faceva seguire un lungo elenco: senza Lévi-Strauss non avremmo lo strutturalismo, le filosofie del Sessantotto, i postmoderni francesi e italiani, Foucault, Deleuze, Agamben, Baudrillard, e non avremmo neppure i suoi libri, i libri di BHL. Crudeli prodigi della fantascienza: a fine lettura, quasi senza accorgermene, ero passato dall’esser triste per la morte di Lévi-Strauss al desiderare che non fosse mai nato. Leggi il seguito di questo post »

L’audace colpo dei soliti gnostici

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ja_eddie_dom_rgb_2764x4096Sono andato al cinema a vedere i soliti gnostici, o meglio i soliti gnostici vent’anni dopo. I fratelli Wachowski avevano già fatto caccia grossa tra le eresie dei primi secoli cristiani per la trilogia fantascientifica di Matrix, e con questa nuova space opera, Jupiter, continuano il loro sacco di Alessandria d’Egitto. Prometto di non fare spoiler, sebbene non ci sia granché da rovinare. Basterà dire che l’eroina eponima del film, Jupiter, è una Cenerentola gettata nel nostro cosmo tenebroso e qui costretta a pulire i cessi, ma è anche la Sophia delle antiche cosmogonie gnostiche, l’eone femminile della divinità, una regina che si è dimenticata di esser tale; i suoi figli si contendono l’eredità, e il malvagio primogenito, nel terrore che Jupiter si ricordi della sua natura e rivendichi i suoi diritti regali sulla Terra, le scatena contro arconti, bravacci e sicari di ogni specie. La dinastia regnante si chiama, neppure a dirlo, Abrasax, il nome del principio divino in sistemi gnostici come quello di Basilide.
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febbraio 21, 2015 at 11:00 am

Filosofi DOP. L’esportazione di Agamben

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AgambenUn tempo conquistavamo i mercati esteri con l’alta moda e la gastronomia, oggi esportiamo il neo-operaismo e la biopolitica, e ditemi voi se non è anche questo un segno del declino. La cosiddetta “Italian Theory” che va a ruba in mezzo mondo, specie in quello che un tempo si sarebbe detto in via di sviluppo, è uno dei rari settori del made in Italy che la crisi non ha colpito e che, anzi, della crisi si è largamente avvantaggiato. Giorgio Agamben si vende meglio del parmigiano reggiano, Toni Negri va via come il prosciutto di Parma. Tutto sta a vedere quali usi si fanno, nel mondo, dei nostri prodotti filosofici tipici, che cosa si cucina con i nostri ingredienti. Un caso interessante viene dall’Estonia, paese che si era già segnalato per l’import-export di un altro prodotto DOP, il giuliettochiesa stagionato. Lunedì il Centro Simon Wiesenthal ha protestato contro la mostra “My Poland: Recalling and Forgetting” inaugurata al Tartu Art Museum il 7 febbraio, dove otto artisti, per lo più polacchi, affrontano l’eredità della Seconda guerra mondiale e della Shoah con opere provocatorie e dissacranti.

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febbraio 15, 2015 at 10:21 am

I Magi sciroccati (e Mattarella impupato)

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3-kings-PaymobilSono arrivati gli zii di Sicilia, cerimoniosi come i re Magi, a portare il loro saluto al martirello del Quirinale. Sono arrivati trainando un carretto agghindato di tutti gli stereotipi letterari della sicilianità e della sicilitudine, che piacciono tanto ai turisti. Ci hanno risparmiato finora lo scirocco, anzi i secoli di scirocco impigliati in quell’aureola di capelli bianchi, ed è già qualcosa; ma per il resto l’hanno impupato ben bene, Mattarella, dando fondo a tutte le riserve di Sciascia e De Roberto e Brancati che avevano a disposizione. Il primo dei re venuti da meridione, Francesco Merlo, gli ha dedicato su Repubblica un ritratto con più addobbi e candele della festa di Santa Rosalia. In uno dei suoi accessi – ahi quanto frequenti – di maschia e chiaroveggente empatia, Merlo si è immaginato il presidente “perduto nell’immensità soffocante del Quirinale come Casimiro, il triste Vicerè di Sicilia”; un “siciliano schivo, coperto e cauto”, un “siciliano tragico e superbo che brancatianamente vede il nero anche nel sole”, “umbratile e sensibile siciliano fenicio che non perdona”, uno di quei siciliani “muti, nodosi, solitari, sobri, schivi e diffidenti”, che ha la solitudine “della Sicilia terragna, Sicilia di scoglio diceva ancora Sciascia e non di mare aperto, mai di avventura”. Altro che l’oro, l’incenso e la mirra: tutti i cliché del made in Sicily si danno convegno in questo piccolo dizionario dei sinonimi dove tutto è dolente, taciturno, malinconico, tormentoso, sofferente. Sciroccoso no – ed è già qualcosa. Leggi il seguito di questo post »

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febbraio 8, 2015 at 11:19 am

Freak Fetish Disorder (FFD)

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downloadLa prossima edizione del DSM, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, dovrà includere una nuova patologia che propongo di battezzare Freak Fetish Disorder (FFD). È quella oscura compulsione che fa sì che dopo qualunque evento tragico, solenne o anche semplicemente serio – lo tsunami, le elezioni, la strage di Charlie Hebdo, le dimissioni di Ratzinger – ci si precipita su Twitter a fare il giro dei freak: Gasparri, Fusaro, Giulietto Chiesa, la Guzzanti, il professor Becchi. Ci si crogiola morbosamente tra giudizi abominevoli, accostamenti demenziali, congetture paranoidi, proprio come un tempo si andava per fiere a vedere la donna barbuta o l’uomo elefante. Poi, se proprio resta tempo, un’occhiata distratta al New York Times e a Le Monde. Il disturbo è grave, e non tanto perché sono in molti a soffrirne, quanto perché i freak si moltiplicano come cavallette, controllano una buona metà del Parlamento, hanno perfino un partito tutto loro che ha candidato al Quirinale il decano dei freak italiani, Ferdinando Imposimato. È una patologia esigente e feroce, il FFD, che impedisce ogni altra occupazione: solo a scorrere i sedicimiladuecento blog del Fatto quotidiano se ne va una settimana. Leggi il seguito di questo post »

Il pendolino di Foucault

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Arcimboldo_VegetablesSono sceso dal pendolino di Foucault, una tratta più breve della Napoli-Portici, e ancora non so bene che cosa ho visto dal finestrino. A colpo d’occhio il paesaggio, in questo Numero zero, era lo stesso del Pendolo – la redazione squinternata di intellettuali déclassés e di ambiziosi delusi, il grande complotto, il mitomane assassinato, le liste vertiginose e petulanti, il riciclaggio forsennato di bustine di Minerva. E allora com’è che non ho l’impressione di aver letto un romanzo? Intendo: quella cosa con i personaggi, gli ambienti, lo stile, una trama di qualche interesse? Un romanzo dove manca tutto questo è come la casa in via dei Matti della canzone per bambini, senza soffitto e senza cucina, dove non c’era il letto né il pavimento, che Sergio Endrigo collocò opportunamente, o profeticamente, proprio al numero zero. In un impeto di suicidio commerciale Bompiani avrebbe potuto capovolgere la celebre formula di turlupinatura del lettore (“un saggio che si legge come un romanzo”) e aggiungere, in una fascetta editoriale: un romanzo che si legge come un saggio. Ma neppure sarebbe stato vero. Non c’è una tesi, una lezione riconoscibile nel libro, se ne possono cavare diverse e confliggenti, ma non per virtù di ambiguità letteraria, per vizio di accozzaglia culinaria. Eco dice che il suo è un Arcimboldo, modo appena velato per dire minestrone, e segnalo a chi vorrà occuparsene una chiave di lettura promettente: in breve, Numero zero è l’atto finale di autocannibalismo di un autore che, fagocitato lo scibile umano, comincia a divorare pezzo per pezzo sé stesso e la sua opera come il contadino affamato di Dario Fo. Siccome lo chef è “a vista” – pare sia la regola, nei ristoranti pretenziosi – la preparazione della zuppa autofaga non è un gran bello spettacolo. Leggi il seguito di questo post »

Romanzo criminale, Mafia Capitale e la Notte dell’Onestà

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10686913_10152417920558017_6563526332733074284_nIo faccio voto di non usare la parola “pirandelliano”, per non cadere nel luogo comune; voi però leggete questa notizia e meditate sulle inverosimiglianze e le assurdità della vita, che se non copia dall’arte quanto meno le si mescola fino a rendersene indiscernibile. Il Movimento Cinque Stelle ha convocato per il 24 gennaio la Notte dell’Onestà (è un pomeriggio, a rigore) in Piazza SS. Apostoli a Roma, per non dimenticare lo scandalo Mafia Capitale. Attori, cantanti e altra gente di spettacolo si avvicenderanno sul palco, ma la sera del 24 non si recita a soggetto, al contrario: si leggono intercettazioni della Procura di Roma. L’uso delle altrui telefonate come sceneggiatura, copione, canovaccio da commedia dell’arte o testo di una sacra rappresentazione ha ormai una lunga storia, dalle ricostruzioni a fumetti di Santoro – che però nel gusto inclinavano più al fotoromanzo, al Grand Hotel – alla consacrazione di Lucarelli, che riconobbe nell’intercettazione un nuovo genere letterario e lanciò perfino un concorso di intercettazioni immaginarie. Leggi il seguito di questo post »