Guido Vitiello

Archive for the ‘Il Foglio’ Category

Mani bucate

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I proventi di questa rubrica saranno sperperati fino all’ultimo centesimo su eBay. Lo schema, antico e sperimentato, è lo stesso di Penelope: di giorno faccio un po’ di soldi scrivendo, di notte me ne disfaccio inseguendo cimeli, stravaganze, riviste e libri rari. La settimana successiva ne do conto ai lettori, per quel minimo di accountability a cui devono piegarsi anche i capricci, con la crisi tutt’intorno e il pareggio di bilancio in Costituzione. Ma sono capricci, poi? Buona parte dei discorsi che si sentono in giro suonano come rimasticature di discorsi già fatti (meglio, per giunta) venti, trenta o cent’anni prima; e nulla giova più, per infilarsi nel dibattito, che rovistare nelle attrezzerie di scena di spettacoli dismessi, negli arsenali di battaglie già combattute. Leggi il seguito di questo post »

A futura memoria (se la memoria ha un futuro)

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“Con Leonardo Sciascia ci lascia un uomo d’altri tempi, speriamo futuri”, aveva scritto Pannella il 21 novembre del 1989, annunciando che avrebbe prestato da quel giorno in poi il piccolo ma instancabile megafono di RadioRadicale alla riproposizione dei discorsi parlamentari e delle interviste di Sciascia, così da dare a quella speranza un’occasione in più di prender forma, presto o tardi. Molte altre volte disse lo stesso di sé – uomo d’altri tempi, speriamo futuri – e sappiamo bene quanto spesso la storia si è presentata ai suoi appuntamenti con dieci, venti o cinquant’anni di ritardo. Lui era lì ad aspettarla nel luogo convenuto, senza fissare l’orologio, fumando mille sigarette. Un profeta, dunque? Al contrario, ai miei occhi Pannella ha una caratteristica che è privilegio dei classici, l’inattuale attualità, l’esser pienamente calati nella storia e tuttavia saper sgusciare alla sua presa, non sottostare al suo ricatto. Da oggi, perciò, più che di ricordare si tratterà di gettare ami nel suo torrente di parole per pescarne quel che ancora hanno da annunciare, da indicare o da scommettere per altri tempi, speriamo futuri. Leggi il seguito di questo post »

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Maggio 21, 2016 at 8:19 PM

Il Cacciatore Celeste. Piccola escursione venatoria

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Alberi, driadi, animali, cacciatori in varie posture adornano gli affreschi nel salone del ristorante di uno dei luoghi più elusivi della letteratura occidentale, l’albergo dove Humbert Humbert possiede per la prima volta Lolita. Il nome sibillino che Nabokov volle dare all’albergo – The Enchanted Hunters, i Cacciatori Incantati – è un invito cifrato a leggere Lolita come un piccolo trattato di eros metafisico in forma di romanzo, forse la sola forma oggi possibile. Pochi hanno risposto al corno da richiamo di Nabokov setacciando fino ai margini più bui il terreno di caccia che era così offerto alle incursioni, e tra quei pochi Roberto Calasso, che al romanzo del predatore divenuto preda della sua preda dodicenne ha dedicato alcune delle sue pagine più felici. Leggi il seguito di questo post »

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Maggio 17, 2016 at 9:25 am

Rudimenti di una teoria politica della gaffe

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Hai voglia a salire e ridiscendere tutti i gradini dell’esprit de l’escalier, ci sono passi falsi sociali da cui non c’è speranza di riaversi: si resta a terra azzoppati a ruminare e a maledirsi per l’eternità. Il caso più clamoroso di cui abbia notizia è quello di un mio amico capitato, molti anni fa, tra i convitati di una festicciola in casa di una semisconosciuta. Orbitava spaesato intorno al tavolo con le patatine e le bibite, senza trovare un bandolo, un appiglio, un varco per mescolarsi con la comitiva, quando arrivò una telefonata straziante: un amico della festeggiata era morto, appena diciottenne, in un incidente stradale. Lui, che se ne stava al margine della conversazione col suo bicchiere di plastica in mano, forse acquattato dietro una grande pianta, riuscì a captare qualche brandello di frase, e si persuase non ricordo come che la vittima dell’incidente fosse il gatto della padrona di casa. Gli parve l’occasione per uscire dall’ombra. Si accostò alla ragazza in lacrime e le disse, con le migliori intenzioni del consolatore: “Non essere triste, in fondo è vissuto abbastanza. Pensa, il mio gatto è morto a quindici anni”. Ecco, dopo una sortita così gloriosamente infelice non esiste riabilitazione, perlomeno in terra. Anche perché i tentativi affannosi di riscattarsi da una gaffe generano di solito gaffe di secondo e terzo grado, ed è un peccato che non esista un verbo per descrivere questo inabissarsi nell’inferno sociale, neppure una di quelle parole tedesche composte lunghe come trenini. Leggi il seguito di questo post »

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Maggio 11, 2016 at 9:46 PM

Angeli neri, giudici e pentiti. Sciascia lettore di Belli

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Il sorriso di Doina Matei e il digrignar di denti della strega sottoposta ai supplizi, in cui gli inquisitori vedevano una smorfia ilare, un farsi beffe dei giudici, e dunque un segno certo di possessione diabolica (“Io stringo i denti e poi diranno che rido”, aveva protestato cinque secoli fa Franchetta Borelli, una delle streghe di Triora, messa al tormento del cavalletto). Il contegno algido e schivo di Raffaele Sollecito e il maleficio della taciturnitas, che consentiva all’eretico di resistere cocciutamente all’incalzare dell’interrogante. Il ciglio asciutto di Amanda Knox e l’incapacità di versare lacrime perfino in mezzo alle torture, assunta come prova del servizio a Satana, secondo il Malleus maleficarum. Leggi il seguito di questo post »

Davigo, un disneyano all’Anm

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OHaraSpotlightRassegniamoci stoicamente a chiamarla Tangentopoli perché, come si dice, il destino guida chi lo asseconda ma trascina a forza i riluttanti. Per anni ho aggirato quella detestabile formula giornalistica, ricorrendo a tutte le perifrasi e le circonlocuzioni del caso, ma è arrivato il momento di capitolare. Quanto più il 1992 si allontana nel tempo, tanto più cresce il vizio di leggere i problemi della giustizia e della corruzione alla luce non già dei grandi classici del pensiero politico ma dei Grandi Classici Disney. Tangentopoli si è aggiunta ormai alle due capitali di quel regno di fantasia, Paperopoli e Topolinia, dove s’incontrano personaggi come il commissario Basettoni, l’ispettore Manetta, la Banda Bassotti e l’avvocato Cavillo Busillis. Niente di nuovo, si potrà obiettare, ci sono disneyani di lungo corso – Travaglio con i suoi monologhi teatrali tanto amati dalle scolaresche, l’ex magistrato Bruno Tinti che invocava tempo fa un “partito delle guardie” nel paese dei ladri – ma lo spirito dei fumetti vive in questi giorni la sua grande rivincita. Leggi il seguito di questo post »

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aprile 21, 2016 at 6:01 PM

È finita la commedia. Imre Kertész, 1929-2016

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Diceva Martin Amis, capovolgendo il motto di Theodor W. Adorno in una formula altrettanto sentenziosa e in fin dei conti altrettanto falsa, che Auschwitz non ha reso impossibile la poesia ma la risata. C’è da supporre che Imre Kertész, che considerava la frase di Adorno su poesia e barbarie “una fialetta puzzolente morale” (così nell’autobiografia in forma di dialogo Dossier K.), si sarebbe turato il naso anche davanti alla variazione di Amis. Il problema infatti non è accostare la comicità in quanto tale ad Auschwitz. Tutto sta a capire chi ride, quando ride e soprattutto come ride, perché non tutte le risate sono uguali. Leggi il seguito di questo post »

E usiamolo, questo Montesquieu

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De L'esprit des Lois Montesquieu

“Se proprio non riesce a dormire”, mi ha detto il dottore, “prenda dieci gocce di Minias; in alternativa, legga dieci righe di Nadia Urbinati”. Farmacie notturne in zona non ce n’erano, così ho dovuto ripiegare sull’unico rimedio che avevo sottomano: la prefazione della Urbinati a un piccolo libro di Dario Ippolito, Lo spirito del garantismo. Montesquieu e il potere di punire (Donzelli). Alla quinta riga, metà della dose, già mi pareva di leggere il famigerato tema di attualità dell’esame di maturità, scritto per giunta dalla prima della classe, e si sa bene che il semplice ricordo di quell’esame – unito all’incubo comune di doverlo ripetere da grandi– può togliere il sonno a chiunque. Niente da fare, ho saltato la prefazione e son passato a Ippolito, scoprendolo però tutt’altro che soporifero. “Garantismo è parola svilita, deturpata dall’abuso”, esordisce nel brillante prologo. “Spesso, e comprensibilmente, suscita sospetto, insofferenza. Evoca, nell’immaginario di molti, cavilli procedurali e scaltrezze curiali. Suona falsa, come la cortesia dei padroni e la riverenza dei servi”. Ippolito passa poi in rassegna il mesto corteo degli attributi: garantismo peloso, d’accatto, ipocrita… Bene, mi son detto. Sciascia per primo non amava la parola garantismo, preferiva dirsi difensore del diritto, e io, fatte le debite proporzioni (che sono quelle di una carta geografica, 1:10.000) condivido il suo fastidio. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

marzo 30, 2016 at 1:39 PM

Invito a una decapitazione

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Sulla mia scrivania, mentre butto giù queste righe, c’è una specie di Vanitas secentesca, un’allegoria della caducità e dell’insensatezza di tutte le attività umane. Bisogna però intendersi su quale specie, e confido che gli storici dell’arte a venire la battezzeranno “Vanitas discount”. Il mio modello è l’“Autoritratto con Vanitas” di David Bailly, pittore del secolo d’oro olandese, ma tutto quel che posso permettermi – nel rispetto dei motivi iconografici – è una versione abborracciata e bamboleggiante. Molti libri e disordinati; una clessidra rimediata nella scatola dello Scarabeo; al posto del liuto, un ukulele da quattro soldi; delle bolle di sapone con sopra il pesciolino Nemo, a compensare l’assenza di un puttino con la cannuccia e il cartiglio homo bulla; infine, un teschio. Non è un teschio umano (mi è stato impedito di tenerne uno in casa per ragioni di scaramanzia), è un teschio di plastica della Lego che per forma e dimensioni può ricordare le teste rimpicciolite del Borneo. A dirla tutta, neppure quelle macabre curiosità di cui i collezionisti vittoriani ornavano i loro salotti erano sempre teste umane. Ricorda l’antropologa e storica della medicina Frances Larson in Teste mozze. Storie di decapitazioni, reliquie, trofei, souvenir e crani illustri, appena pubblicato da Utet, che spesso gli imbroglioni venivano incontro all’enorme richiesta di teste rimpicciolite vendendo teste di scimmia o di bradipo rimodellate per sembrare umane: non c’erano abbastanza cadaveri a disposizione. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

marzo 20, 2016 at 5:29 PM

Guarire dalla letteratura

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Guido Gozzano si diceva corroso dalla “tabe letteraria”, ma a ucciderlo fu la tubercolosi. Differenza di poco conto, se diamo retta al Piccolo dizionario delle malattie letterarie di Marco Rossari, pubblicato dalle edizioni Italo Svevo con un’esilarante prefazione di Edoardo Camurri. Alla lettera T troviamo questa definizione: “Tubercolosi: posa alla Thomas Mann”. E in effetti il mondo letterario emerge da questo manualetto diagnostico come un vasto sanatorio Berghof dove s’incontrano degenti afflitti dai mali più strani, dalla Bukowskite (“malaugurata tendenza a credersi scrittori in seguito a una colossale sbornia”) al complesso di Henry Miller (“tendenza a scrivere molto di sesso quando se ne fa poco”), dal disturbo di Eco (“singolare tendenza nel paziente a far parlare tutti i personaggi come un professore di semiotica”) alla Gomorrea (“malattia venerea contraibile con impegno. Sintomi: ipertrofia della prosa, ridondanza retorica, forte propensione all’orazione civile”). C’è poi l’Arbasinismo (una sorta di emorragia che comporta “gravi perdite di nomi, cognomi, eventi, luoghi, facezie, couplets, bon mots”), la sindrome di Salinger (“terribile squilibrio che spinge il paziente a isolarsi, sebbene nessuno lo stia cercando”), l’emicrania di Pynchon (“disturbo dovuto alla dispersione dei personaggi”), il morbo di Franzen (“disturbo della percezione che spinge a rigettare ogni forma di modernità in quanto ipoteticamente nociva per la scrittura”). Leggi il seguito di questo post »