Guido Vitiello

Archive for the ‘Il Foglio’ Category

Filologi e culologi

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In un tempo che pare lontanissimo, quando la volgarità dei politici aveva ancora qualcosa di divertente, Umberto Bossi passò alla storia – non so di cosa, ma comunque alla storia – per una risposta data a Marco Pannella, che lo accusava di simpatie filoserbe: “Meglio Milosevic che Culosevic”. La battuta mi è tornata in mente giovedì sera quando mi sono ritrovato a pensare, tra me e me: meglio culologi che filologi; per poi subito correggermi, e concludere che si può essere con diletto entrambe le cose. Perdonate la bizzarria di questo incipit, ma ogni occasione richiede lo stile appropriato, e l’occasione era inequivocabilmente surrealista. Ero nei sotterranei di Altroquando, una libreria dietro Piazza Navona che per me è quasi una seconda casa, dove si presentava un libro di Alvaro Rissa, Il culo non esiste solo per andare di corpo (il melangolo). A presentarlo c’erano Alvaro Rissa e Alvaro Rissa, ma nessuno dei due era Alvaro Rissa, o forse lo erano entrambi. Leggi il seguito di questo post »

Contro il male della banalità

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Ogni volta che si parla di banalità del male (ed è capitato spesso, in questi giorni, per via del 27 gennaio e del nuovo film sul processo Eichmann) mi torna in mente una pagina dell’autobiografia di Raul Hilberg, The Politics of Memory. Il bersaglio era Hannah Arendt e la sua immagine del tenente colonnello delle SS come un burocrate ottuso e disciplinato. Hilberg ricostruiva per sommi capi la stupefacente carriera di Eichmann, l’astuzia e la diplomazia fuori dal comune che dovette impiegare per portare a termine le sue atroci imprese, e concludeva grosso modo così: vedo il male, altroché, ma la banalità proprio non la vedo.

Mi torna in mente questa pagina non tanto per la questione della banalità del male ma per quella, assai meno importante, del male della banalità. Tutte le volte che la cultura pop – musica, cinema, tv, fumetti, pubblicità, social network – si accosta alla Shoah o si serve dei suoi simboli, l’accusa di “banalizzazione” è in agguato. Non so chi sia stato il primo a usarla. Di certo il più influente è stato Elie Wiesel nella sua requisitoria sul New York Times contro la miniserie Holocaust nel 1978, che s’intitolava appunto “Trivializing the Holocaust”. Poi la parola è diventata una specie di formula liturgica un po’ ovunque e soprattutto in Francia, ossia nella patria di quel Flaubert che avrebbe potuto metterla in appendice al dizionario dei luoghi comuni: “Film sulla Shoah: se piacciono al pubblico, dire che banalizzano l’indicibile”. Leggi il seguito di questo post »

La fabbrica dei divi politici

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Star is born 2Scacciare in malo modo tutti i demoni, da bravo monaco del deserto, ma lasciare aperto uno spiraglio per quello che Mallarmé chiamava il demone dell’analogia, l’unico da cui si possa ottenere qualche buon favore. Come precetto religioso non vale granché, ma usato con giudizio dà i suoi frutti. Rivedendo giorni fa A Star is Born, la versione del 1937 di un film rifatto più volte nei decenni successivi, c’era una scena che continuava a ricordarmi insistentemente qualcos’altro, ma che cosa? La scena è quella in cui Janet Gaynor, nel ruolo di una ragazza di campagna che tenta la fortuna a Hollywood, è circondata da esperti degli studios in camice bianco che le disegnano sopracciglia di ogni foggia, le allargano la bocca per studiare le potenzialità del suo sorriso, la cospargono di ciprie e di rossetti. Ha l’aria di un piccolo martirio, di un pigmalionismo da laboratorio, ma d’altronde nella Hollywood degli anni d’oro la trasformazione della donna in diva era un processo ascetico e crudele, degno di un racconto di Wedekind, o – come ha suggerito Jeanine Basinger in un bel libro che ne descrive le tappe, The Star Machine – di un mercato delle schiave arabo del decimo secolo. Leggi il seguito di questo post »

Sperate che siano innocenti

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Bis, ter, quater in idem
: come processi perennemente ricelebrati, ci sono dilemmi tenaci che tornano di secolo in secolo. Commentando la vicenda Stasi, sul Foglio del 15 dicembre, l’ex magistrato Piero Tony ha scritto che dobbiamo mettere sotto accusa “il sistema processuale – che va urgentemente riformato – e non i magistrati suoi celebranti”. Con regole migliori, se ne deduce, casi raccapriccianti come quello che ha portato alla condanna di un pluriassolto sarebbero impensabili. E sia; ma in un lampo di déjà-vu ho ripensato alle battute finali dell’ultimo intervento pubblico di Enzo Tortora, in collegamento telefonico dal suo letto d’ospedale con la trasmissione “Il testimone” di Giuliano Ferrara. Alessandro Criscuolo, presidente allora dell’Anm (e oggi della Corte Costituzionale), sosteneva che il caso Tortora era nato dalle scorie di un sistema processuale figlio di tempi bui e autoritari, che la radice delle storture era nel vecchio rito inquisitorio tutto sbilanciato sull’accusa, che l’imminente introduzione del nuovo codice avrebbe reso impossibile il ripetersi di una tragedia come quella (non si azzardava a chiamarlo errore). Cercava poi, in tono di curiale sollecitudine, di ottenere l’assenso di Tortora, che però trovò un filo di voce per rispondergli, o meglio per mettere la domanda a testa in giù: “Io credo che voi siate impegnati in una difesa corporativa”, disse. “Volevate difendere la vostra cattiva fede”. Dalle colpe del sistema eccoci riportati alle colpe degli uomini. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

dicembre 24, 2015 at 9:41 am

Comunello e Fasciolino. Il teatro dei burattini ideologici

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Sulla crisi del ’29 ancora ci si arrovella, la grande recessione del 2007 dividerà gli economisti per i prossimi cento anni, ma ai futuri storiografi che vorranno occuparsi dei miei disastri finanziari posso suggerire fin d’ora una data e una causa certa: 3 novembre 2001, giorno della mia iscrizione su eBay. Tra i cimeli che mi hanno spinto a dissipare allegramente i miei risparmi c’è un numero di Topolino del 1942, l’anno in cui il MinCulPop volle sostituire il personaggio di Walt Disney con il bambino Tuffolino, lui pure in braghette rosse e scarpe gialle. Nel nuovo fumetto autarchico e antiamericano Minnie diventava una bimba di nome Mimma, Pippo un amico nasone in gilet, la mucca Clarabella era ribattezzata Claretta (quest’ultima pensata ebbe vita breve, però: e credo sia superfluo spiegare il perché). È probabile che gli storici del mio crac finanziario dovranno segnarsi anche un nome, Stefano Pivato, e il titolo di un libro, Favole e politica. Pinocchio, Cappuccetto rosso e la Guerra fredda (il Mulino). Per colpa sua ho scoperto meraviglie come questa strofa di un fumetto socialista degli anni Venti: “Forte e ardito è Comunello / ed affronta il manganello / del gradasso Fasciolino / per difender Proletino”. Seguiranno, ineluttabili, nuove ricerche notturne su eBay, accessi di lussuria collezionistica, calde settimane di febbre scialacquona, fino al giorno in cui busseranno alla mia porta due omaccioni in gessato e occhiali scuri mandati dalla MasterCard a spezzarmi i pollici. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

dicembre 18, 2015 at 10:12 am

Pubblicato su Il Foglio, Libri, Politica

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Su una Nave di Teseo battente bandiera liberiana

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Un bel giorno, senza dire niente a nessuno, il professor Eco optò per il mare, e si imbarcò su una Nave di Teseo battente bandiera liberiana. Cosa trasportasse quella nave non lo sapeva ancora, e neppure conosceva la rotta; ma per fortuna chi la sera tira tardi leggendo Kant ha sempre con sé almeno due bussole, il cielo stellato e la legge morale. “Mio nipotino mi ha chiesto: ‘Nonno, perché lo fai?’. Gli ho risposto: ‘Perché si deve’”. È l’avvio di tante storie partigiane, la fresca sventatezza che è privilegio della gioventù, il singhiozzo smorzato in gola di chi parte bisaccia in spalla perché qui si fa l’Italia, l’azzardo generoso dell’esordiente che ha tutto da perdere eppure è disposto a giocarsi il suo piccolo gruzzolo. “Velleitari?”, chiede il cronista Francesco Merlo, il primo embedded della nave. “Peggio, siamo pazzi”. Perché non chiamarla allora Narrenschiff, la nave dei folli di Sebastian Brant e delle feste medievali, immagine così cara all’Eco del Pendolo di Foucault e degli studi sull’ermetismo? La Nave dei Folli, questo sì che sarebbe un bel nome per un editore, un nome bibliofilo e squinternato a un tempo (su, che fate in tempo a cambiarlo). Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

novembre 30, 2015 at 6:11 PM

Zombi. La notte delle metafore viventi

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zombie-nuts-480x374Basta che qualcuno pronunci la parola “zombi” e io scoppio a ridere come un cretino. Sintomo inquietante, non c’è dubbio, ma per fortuna l’eziologia mi è chiara e rimanda a un episodio di cinque o sei anni fa. Gli organizzatori di una conferenza avevano chiesto a un mio amico giornalista di tenere un intervento su Romero, pregandolo di adottare una chiave il più possibile politica. Lui prese la cosa molto sul serio e cominciò a ripercorrere diligentemente tutta la filmografia, La notte dei morti viventi, Zombi, Il giorno degli zombi, La terra dei morti viventi. Si era davvero appassionato al tema durante quelle maratone di film, e mi aggiornava costantemente sulle sue riflessioni. Era arrivato a elaborare una teoria piuttosto visionaria dove la minaccia degli zombi era associata al ruolo geopolitico della Cina. Insomma, venne il gran giorno della conferenza, lui sembrava soddisfatto, ma pochi minuti prima dell’orario previsto per il suo intervento mi chiamò in preda al panico. C’è stato un equivoco madornale, mi disse: intendevano Óscar Romero, l’arcivescovo salvadoregno, non George Romero, il regista di zombi. E mo’ che m’invento? Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

novembre 15, 2015 at 10:24 am

Alla faccia! Galleria di ritratti filosofici

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VATTIMO-GIANNI-481x600Ho sempre pensato che Emanuele Severino fosse irrappresentabile. Al limite, con qualche sforzo, riuscivo a figurarmelo come una pura astrazione geometrica, diciamo come un punto senza dimensioni. Ed è normale che sia così: a noi rimasti a valle, ciondolanti a testa china nei pascoli del divenire, chi ha scalato le vette del pensiero fino a piantare le tende sull’Essere non può che apparire come un puntino lontano. E non un punto qualunque, ma il sovrano assoluto di Pointlandia a cui Abbott, in Flatland, prestò questo magnifico soliloquio parmenideo: “Infinita beatitudine dell’esistenza! Esso è; e non c’è altro al di fuori di Esso. Quello che Esso pensa, Esso lo dice; e quello che Esso dice, Esso lo ode; ed Esso è Pensatore, Parlatore, Ascoltatore, Pensiero, Parola, Audizione; è l’Uno, e tuttavia il Tutto nel Tutto. Ah, la felicità, ah, la felicità di Essere!”. Leggi il seguito di questo post »

Il tenero Walter… vi rimanda nell’ultima pagina

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veltCose che ho capito leggendo Ciao, il libro di Walter Veltroni sul papà. Ho capito, anzitutto, di essere un sicario intellettuale. Prima o poi qualcuno mi consegnerà la chiave di una cassetta di sicurezza, dentro ci sarà una busta anonima con la foto del bersaglio da eliminare, e a missione compiuta dovrò farci sopra una croce col pennarello nero e riscuotere il prezzo dell’ingaggio. Da alcuni giorni personaggi insospettabili mi si avvicinano con aria grave, quasi compunta, mi prendono a parte e mi dicono: “Fa’ qualcosa tu, Il Foglio è l’ultima speranza; qui da noi siamo costretti a parlarne bene”. Confesso, la canagliesca impresa mi allettava, e lo Sciacallo del film di Fred Zinnemann sull’attentato a De Gaulle è uno dei miei eroi segreti. Il bersaglio, oltretutto, non era dei più difficili, c’era materia per impallinarlo ben prima dell’incipit, bastava girare il frontespizio e leggere in basso a sinistra: “La citazione di p. 16 e p. 17 è tratta da Empirismo eretico, Pier Paolo Pasolini, Garzanti 1972. Le citazioni di p. 185 e p. 188 sono tratte da La versione di Mike, Mike e Nicolò Bongiorno, Mondadori 2007”. Pasolini e Mike affiancati con sovrana noncuranza, mentre ci mandano la loro benedizione dai cieli della nostalgia: nel colophon c’era l’essenza del veltronismo. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

ottobre 27, 2015 at 3:18 PM

The Playmate as Fine Art

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playboy_1Alla fine degli anni Sessanta l’America ebbe la sua piccola battaglia iconoclasta. Nella parte dei calvinisti c’erano le militanti femministe più agguerrite, le immagini idolatriche erano i paginoni centrali di Playboy. Dietro l’apparenza politica era una disputa essenzialmente teologica ed estetica; almeno, due episodi spingono a pensarlo. Nel febbraio 1969 al Grinnell College, nell’Iowa, il discorso di un rappresentante di Playboy fu contestato da un gruppo di studentesse e studenti (nudi). In un volantino accusavano la rivista di essere “un cambiavalute nel tempio del corpo”, pastiche tra i Vangeli e San Paolo; e una delle manifestanti se la prese – scelta di parole eloquente – con le “proporzioni idealizzate” delle modelle, ossia con alcuni secoli di storia del nudo. Negli stessi anni un gruppo di femministe s’intrufolò nella Playboy Mansion di Hugh Hefner a Chicago e tappezzò di adesivi i quadri esposti nella sala da ballo. Sarebbe interessante sapere quali dipinti presero a bersaglio, e perché. Quando il fondatore di Playboy si trasferì in California, volle lasciare la mansion all’Art Institute di Chicago, dove aveva studiato disegno; e nel 2010 una parte della sua collezione d’arte finì da Christie’s. Tra i quadri messi all’asta c’era un acquarello di Dalì apparso nello speciale “The Playmate as Fine Art” (gennaio 1967), con opere commissionate a Warhol, Wesselmann, Rosenquist e altri. Chi vide in quelle nove pagine un tentativo di dare legittimità estetica alla pornografia dimostrò di capire poco sia dell’arte sia di Hefner, che sotto la vestaglia di seta da glorified pimp è stato sempre anche un dandy ossessionato dai fantasmi dell’arte. Leggi il seguito di questo post »