Guido Vitiello

Archive for the ‘Libri’ Category

Come mi liberai della decrescita

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Lord-of-the-Flies-1_218275kNeppure avevo fatto in tempo a crescere che già mi ero liberato della decrescita e delle sue mitologie. Avrò avuto sì e no sette anni, e davanti al cancello di una casa di villeggiatura avevo allestito un banchetto di giornalini usati. Il tipico mercatino dei bambini al mare, solo che io non vendevo nulla: i fumetti li prestavo, confidando che si creasse un circolo virtuoso di reciprocità nella gratuità, che la taccagneria mercantile facesse posto a una condivisione giocosa e conviviale delle ricchezze naturali dell’edicola, Topolino bene comune, e tante altre nobili cose che all’epoca, non sapendo ancora parlare come Serge Latouche, avrò senz’altro espresso in modi più sempliciotti. A farla breve, in meno di due ore ero stato saccheggiato da orde di bambini avidi, non ho mai avuto indietro nessuno dei miei fumetti e meno male che le vacanze stavano per finire, o la faccenda avrebbe preso una pericolosa piega da Signore delle mosche e quei piccoli selvaggi mi avrebbero arrostito ritualmente nel falò di Ferragosto. Tramonto di un sogno imprenditoriale, fine del mio modello alternativo di sviluppo, nascita di un piccolo hobbesiano. Leggi il seguito di questo post »

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dicembre 14, 2014 at 12:50 PM

I due corpi del presidente, e un solo paio di mutande

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390525_10150499100432018_1816944460_nAll’alba del caso Ruby mi imbattei non ricordo dove in due sagome di cartone da ritagliare, come le paper dolls su cui le bimbe giocano a incollare vestitini anch’essi di carta. La prima raffigurava un Berlusconi in canottiera e mutande; la seconda il suo tipico doppiopetto blu, con tanto di linea tratteggiata per le forbici. Era allora di moda citare (per lo più a sproposito) gli studi di Kantorowicz sulla regalità medievale, e così commentai: “Eccoli, i due corpi del re!”. Un amico arguto aggiunse: “Tutto sta a capire a quale dei due corpi appartengono le mutande”. Il dilemma, in effetti, era tutto lì: le mutande di Berlusconi riguardavano il suo corpo di privato cittadino o erano inseparabili dalla sua figura pubblica, dalla sua dignitas, dal suo corpo politico? Le reazioni al caso Ruby ingarbugliarono le cose: a destra si sostenne che le notti di Arcore erano affari privati, eppure le mutande furono issate fieramente sul pennone come un nuovo stendardo; a sinistra si oscillò tra una campagna scandalistica affidata al braccio secolare della stampa fiancheggiatrice e una delega pavida alla magistratura inquirente, perché frugasse nel cassetto dell’altrui biancheria con strumenti giuridici neutrali. Fu lo scontro tra due mezze ipocrisie: perché era senz’altro politico il processo alle mutande di Berlusconi, e perché erano intimamente politiche anche quelle mutande. Come pretendere che dall’epopea di un leader che aveva dissolto ogni argine tra pubblico e privato fosse stralciato il capitolo sul sesso, e solo quello? Leggi il seguito di questo post »

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dicembre 8, 2014 at 12:35 PM

Fessofurbomachia

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innomedelpopoloitalianoLeggo sul nuovo Todomodo, la rivista degli Amici di Leonardo Sciascia, un saggio di Euclide Lo Giudice su un tema che mi pare della massima urgenza storica, ossia il ruolo del cretino e dei suoi fratelli (lo stupido, l’imbecille, il fesso) nella vita nazionale. Nel 1982, per una strenna Giuffrè, Sciascia firmò una breve prefazione al Codice della vita italiana (1917) di Prezzolini, soffermandosi sul primo articolo: “I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi”. Il fesso di Prezzolini paga il biglietto in ferrovia e dichiara al fisco il suo vero reddito; il furbo ha per segni distintivi la pelliccia, l’automobile e le molte donne. Sciascia non poteva che apprezzare l’identificazione tra fessaggine e onestà: il buon fesso in un contesto di furbi, ricorda Lo Giudice, figura spesso nei suoi romanzi, e la frase che suggella il fallimento del professor Laurana in A ciascuno il suo è appunto: “Era un cretino”.

Qualche timida speranza Sciascia la affidava a una constatazione statistica, ossia che i fessi sono più numerosi dei furbi: “Solo che, come gli schiavi di Seneca (‘se gli schiavi si contassero…’), non si contano. E possiamo farcene idea, della schiacciante maggioranza che i fessi verrebbero a formare, solo che avessero consapevolezza del loro numero, dai tanti che quotidianamente e ovunque rimpiangono di non esser furbi”. Se ne deduce che i fessi dovrebbero acquisire la marxiana coscienza di classe, costituire qualcosa come un Fesso collettivo in grado di rovesciare il dominio oligarchico dei furbi. Impresa disperata perché, diceva ancora Prezzolini, il fesso in generale è stupido: se non lo fosse, avrebbe cacciato i furbi da un pezzo. Leggi il seguito di questo post »

La cabala dei devoti. Molière, Garboli e Tartufo

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Schermata 2014-11-16 a 15.43.37Lasciatemi, vi prego: spenderò i prossimi mesi chiuso nella mia stanza in compagnia di Molière, rileggendo il poco che ho letto e leggendo tutto il resto. I contatti con i miei simili si ridurranno a qualche mancia allungata dall’ombra ai consegnatori di pizze a domicilio. Non che voglia scimmiottare il misantropo Alceste (Laissez-moi, je vous prie è la sua prima battuta), ma non vedo altra scelta dopo aver letto questa frase di Cesare Garboli: “Spesso mi chiedo che cosa ne sarebbe di tanta mitologia culturale contemporanea, se esistesse oggi un provocatore della stessa forza comica di Molière”. Dunque l’ho sempre avuta sotto gli occhi, la chiave, e mi ostinavo a cercarla per angoli bui. Era qui, in questo breve articolo del 1986 intitolato “Come ridere di Lacan?”, uno dei testi di Garboli che Carlo Cecchi ha raccolto per Adelphi in Tartufo. Con il suo personaggio più nero, diceva Garboli, Molière ha creato un archetipo; non già dell’ipocrisia, come per lo più si ritiene, ma del potere intellettuale e spirituale quando nasce dal risentimento e dalla frustrazione. Tartufo è prete, politico e psicoanalista in un sol uomo; è il curatore d’anime, il guaritore di nevrosi e il diplomatico sopraffino; ma è anche l’attore che porta a un grado eroico la malafede congiunta all’intelligenza, l’arci-impostore che illumina suo malgrado l’impostura generale, l’incantatore di famiglie perbene che semina scandalo “nel quieto e mortale teatro di tutti i giorni”, lo spirito intimamente servile che per spadroneggiare deve richiamarsi agli interessi del Cielo. Il cielo della religione, nel Seicento di Molière; oggi il cielo della cultura e del prestigio intimidatorio che conferisce ai suoi sacerdoti. Intorno al 1968, mentre traduceva Tartuffe, Garboli conobbe Lacan in casa di amici e subito fiutò, dietro l’uomo, l’archetipo. Si ritrovò sotto il naso una strana varietà di Tartufo e capì che, proprio come Molière, non aveva l’obbligo di prenderlo sul serio: “Quale mutilazione può essere più orribile di quella che ci vieta di ridere di ciò che è comico?”. Leggi il seguito di questo post »

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novembre 16, 2014 at 3:50 PM

Lo Stato e l’Antistato. Nascita di una mitologia

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cartolina colore duelloL’opera dei pupi è cancellata, con grande disappunto dei pupari e di chi era già pronto ad applaudirli. Rinaldo non duellerà con Rodomonte, Napolitano non dovrà incrociare le spade con Riina. Era tutto sceneggiato con minuzia, per il debutto nel teatrino del Quirinale: cuntami ‘u cuntu della trattativa, non già tra i paladini di Carlomagno e i saraceni, ma tra lo Stato e la mafia. O meglio, come suggerivano i professionisti dell’allegoria, tra il capo dello Stato e il capo dell’Antistato. Ma che cos’è l’Antistato? Confesso di non raccapezzarmici. La parola ronza spesso nel dibattito pubblico, e vedo che ha una storia secolare: a frugare negli annali la si trova riferita ai partiti rivoluzionari, ai gruppi anarchici, al crimine organizzato, alle associazioni segrete; la si potrebbe inseguire fino ai primi anni Venti, quando la usarono, con intendimenti opposti, Benito Mussolini e Lelio Basso. Leggi il seguito di questo post »

Teologia delle copertine

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Io-AmoL’idea che non si possa giudicare un libro dalla copertina è una pericolosa eresia, da contrastare con tutte le armi dell’apologetica. Inclina per un verso al docetismo – l’esteriorità di un volume è degradata a mera apparenza, fantasma, come le spoglie mortali di Cristo – e per altro al nestorianesimo, postulando due nature distinte, la copertina e i fascicoli delle pagine, tenute accidentalmente assieme da una costola. E invece l’esterno e l’interno di un libro sono, per l’ortodossia, un’unica ipostasi. Forte delle conclusioni del mio privato concilio di Calcedonia, rivendico il diritto di giudicare il nuovo libro del teologo laico Vito Mancuso dalla copertina, dove su campo bianco un cuore stilizzato fa da apostrofo rosso tra le parole Io e amo. Sottotitolo: Piccola filosofia dell’amore. È un libro che si annuncia piccolo, obietterà qualcuno, non facevi prima a leggerlo? Lo so, ma volevo mettere alla prova un altro caposaldo della mia erigenda teologia della cultura, il dogma che postula l’infallibilità di Gad Lerner ex cathedra televisiva nel reclutare e magnificare le eminenze di quello che chiamerei il pensiero grigio, o stinto. Leggi il seguito di questo post »

Sesso, umor nero e metafisica: Martin Amis torna ad Auschwitz

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FullSizeRenderIl nuovo romanzo di Martin Amis, The Zone of Interest, è una macchia di Rorschach. Chi volesse farsene un’idea a partire da quel che legge sui giornali si troverebbe nella stessa condizione di un poliziotto che debba disegnare l’identikit di uno sconosciuto mettendo insieme testimonianze che lo descrivono come uno spilungone, quasi nano, obeso ma segaligno, e poi biondo, con i capelli di un nero corvino, anzi del tutto calvo. Il poveretto penserà di avere a che fare con un mutante o un mostro mitologico. È grosso modo l’impressione che si ricava dalla lettura delle recensioni a The Zone of Interest apparse sulla stampa britannica, israeliana, tedesca, americana (negli Stati Uniti il romanzo è appena uscito). La cosa certa è che Amis ha scritto, vent’anni dopo Time’s Arrow, un nuovo romanzo sulla Shoah. Per il resto, c’è chi assicura che si tratta di una profonda meditazione sul perché di Auschwitz, anzi sull’impossibilità di trovare un perché, nel solco di Primo Levi; c’è chi lo descrive come una commedia pervasa di un umor nero feroce e dissacratore, forse un po’ stonato in tempi di antisemitismo risorgente; c’è chi dice che il libro offre una traduzione romanzesca dell’idea arendtiana della “banalità del male” e del genocida come impiegato; c’è chi ne parla come di una storia d’amore che inclina al sentimentalismo kitsch; c’è chi lo presenta come un intreccio di atrocità ed erotismo al limite della pornografia, popolato di comandanti perversi e guardiane sadiche che hanno un tocco di “kinky lesbianism”. È possibile che un libro sia al tempo stesso La notte di Wiesel, Le benevole di Littell e Ilsa la belva delle SS? Leggi il seguito di questo post »

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ottobre 5, 2014 at 1:52 PM

Recalcati è un agente segreto. Io so (ma non ho le prove)

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195118776-1a3c143b-7729-4ba8-a984-4f8f524f1511Edmondo Berselli si divertiva a immaginare che nelle riunioni a via Solferino, quando i casi del giorno richiedevano un commento dotto e pensoso, la redazione del Corriere brancolasse nel buio finché una vocina esitante non tirava fuori, per il sollievo generale, il nome decisivo: “Magris?”. A Repubblica non hanno più in panchina l’asso absburgico, ma chissà che anche lì non si svolgano di quei conclavi. C’è un affare tenebroso, una madre infanticida, uno zio cannibale, una suocera licantropa, qualcosa insomma che imponga di scandagliare l’animo umano a profondità dostoevskiane inaccessibili a Michela Marzano. Si discute, ci si arrovella, si pondera, ci si dispera. Poi, tana libera tutti: “Recalcati?”. Ma non è necessario che le cronache offrano crudeltà favolistiche. Può accadere per esempio che un venerato maestro di Repubblica scriva un romanzo a base di isteriche viennesi, e che questo sia accolto nella (fu) nobile collana dei Supercoralli Einaudi. Da Largo Fochetti, dopo la fumata bianca, parte una telefonata: “Professore, ci psicoanalizzi Augias”. Leggi il seguito di questo post »

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settembre 21, 2014 at 12:06 PM

Agatha Christie e il sacrificio umano

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commedia-copertinaUna regola elementare di prudenza raccomanda di non sedersi al tavolo da gioco con i bari, i prestigiatori e gli illusionisti. E Agatha Christie, dicono i custodi più intransigenti dell’ortodossia della detective story, ha sempre barato. La accusano di ripetute violazioni al codice di fair play del giallista, promulgato nel 1928 da S.S. Van Dine, il cui principio fondamentale prescrive che il lettore sia messo nelle condizioni di risolvere l’enigma al pari del detective, e che non gli si nasconda nessun indizio. E allora, delle due l’una: o ci sono milioni di gonzi in tutto il mondo che si mettono in fila al banchetto del gioco delle tre carte per farsi raggirare, o Agatha Christie e i suoi lettori hanno giocato, e con reciproca soddisfazione, a tutt’altro gioco. Quale? L’opinione comune vuole che il giallo “a enigma” di scuola britannica sia essenzialmente un gioco intellettuale, una partita a scacchi che ha per posta la soluzione di un mistero. Ma Agatha Christie, che di quel genere è stata la regina, sapeva bene che il rigore logico-razionale dell’enigma non è poi così importante, e che sono pochi i lettori che hanno la pazienza di mettersi a gareggiare con il detective. Delle venti regole del codice di Van Dine, a conti fatti, dava peso solo a due (e neppure le rispettava sempre): la settima, che impone che del sangue sia versato, e la dodicesima, che prescrive che la colpa di questo sangue ricada nell’ultima pagina sulle spalle di un solo uomo, un capro espiatorio, quello che i greci chiamavano un pharmakos. In altre parole, Agatha Christie aveva intuito che nel giallo non giochiamo affatto a risolvere un puzzle. Giochiamo al sacrificio umano. Continua a leggere sul Corriere della Sera

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agosto 24, 2014 at 5:43 PM

Pubblicato su Corriere della Sera, Libri

Un’impresa dannunziana per riformare la giustizia

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Schermata 2014-08-24 a 17.20.51Immagino che un volume di duecentocinquanta pagine in testa debba far molto male, specie se lanciato da mille metri d’altezza. Pazienza, dovrò accantonare la tentazione dannunziana di salire su un biplano e bombardare le città d’Italia con migliaia di copie del nuovo libro di Giuseppe Di Federico e Michele Sapignoli, I diritti della difesa nel processo penale e la riforma della giustizia, appena pubblicato da Cedam. È una ricerca sullo stato di salute del processo (possiamo anticipare: comatoso) condotta attraverso le testimonianze di oltre mille avvocati penalisti; ed è anche un’analisi delle ragioni che hanno reso, rendono e forse renderanno vana ogni velleità di riformare la giustizia. Perché tentare un bis della trasvolata su Vienna? Perché i pochi libri importanti sulla giustizia di solito vanno incontro a un destino di semiclandestinità; perché i grandi editori preferiscono non aver rogne; perché questioni che riguardano la vita e la libertà di tutti si annidano spesso in dettagli tecnici che allontanano i profani, ed è più facile scuotere gli animi sventolando le toghe rosse e i calzini turchesi; infine, perché sulla giustizia è in atto da decenni un colossale tradimento dei chierici, dove non si sa bene se la cosa più deprimente sia il tradimento o la forma mentis da chierici. Ma veniamo al libro. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

agosto 24, 2014 at 5:26 PM

Pubblicato su Giustizia, Il Foglio, Libri