Archive for the ‘Il Foglio’ Category
Come mi liberai della decrescita
Neppure avevo fatto in tempo a crescere che già mi ero liberato della decrescita e delle sue mitologie. Avrò avuto sì e no sette anni, e davanti al cancello di una casa di villeggiatura avevo allestito un banchetto di giornalini usati. Il tipico mercatino dei bambini al mare, solo che io non vendevo nulla: i fumetti li prestavo, confidando che si creasse un circolo virtuoso di reciprocità nella gratuità, che la taccagneria mercantile facesse posto a una condivisione giocosa e conviviale delle ricchezze naturali dell’edicola, Topolino bene comune, e tante altre nobili cose che all’epoca, non sapendo ancora parlare come Serge Latouche, avrò senz’altro espresso in modi più sempliciotti. A farla breve, in meno di due ore ero stato saccheggiato da orde di bambini avidi, non ho mai avuto indietro nessuno dei miei fumetti e meno male che le vacanze stavano per finire, o la faccenda avrebbe preso una pericolosa piega da Signore delle mosche e quei piccoli selvaggi mi avrebbero arrostito ritualmente nel falò di Ferragosto. Tramonto di un sogno imprenditoriale, fine del mio modello alternativo di sviluppo, nascita di un piccolo hobbesiano. Leggi il seguito di questo post »
I due corpi del presidente, e un solo paio di mutande
All’alba del caso Ruby mi imbattei non ricordo dove in due sagome di cartone da ritagliare, come le paper dolls su cui le bimbe giocano a incollare vestitini anch’essi di carta. La prima raffigurava un Berlusconi in canottiera e mutande; la seconda il suo tipico doppiopetto blu, con tanto di linea tratteggiata per le forbici. Era allora di moda citare (per lo più a sproposito) gli studi di Kantorowicz sulla regalità medievale, e così commentai: “Eccoli, i due corpi del re!”. Un amico arguto aggiunse: “Tutto sta a capire a quale dei due corpi appartengono le mutande”. Il dilemma, in effetti, era tutto lì: le mutande di Berlusconi riguardavano il suo corpo di privato cittadino o erano inseparabili dalla sua figura pubblica, dalla sua dignitas, dal suo corpo politico? Le reazioni al caso Ruby ingarbugliarono le cose: a destra si sostenne che le notti di Arcore erano affari privati, eppure le mutande furono issate fieramente sul pennone come un nuovo stendardo; a sinistra si oscillò tra una campagna scandalistica affidata al braccio secolare della stampa fiancheggiatrice e una delega pavida alla magistratura inquirente, perché frugasse nel cassetto dell’altrui biancheria con strumenti giuridici neutrali. Fu lo scontro tra due mezze ipocrisie: perché era senz’altro politico il processo alle mutande di Berlusconi, e perché erano intimamente politiche anche quelle mutande. Come pretendere che dall’epopea di un leader che aveva dissolto ogni argine tra pubblico e privato fosse stralciato il capitolo sul sesso, e solo quello? Leggi il seguito di questo post »
Salvatore Settis e la sua orchestra
Non è impresa da poco metter su un’orchestra, specie se si ha l’ambizione di fare grande musica. E la Costituzione è come un bellissimo spartito, lo disse Giuseppe Tesauro quando fu eletto presidente della Consulta. Rimpiango quindi di non aver fatto studi musicali, perché in queste cose non ci s’improvvisa, non è materia da strimpellatori. Pensate solo alla perizia che ci vuole per raggiungere il delicato equilibrio della sezione degli ottoni, così da coprire tutta l’estensione delle voci, dalle più squillanti alle più gravi e pompose: il corno, la tromba, il trombone, il basso tuba, il Salvatore Settis. Non è impresa da poco, ma esiste un’altra via? “La Costituzione spartito di libertà” era il titolo di un incontro musicale organizzato l’anno scorso dal gruppo di Don Ciotti, con il cantautore Gianmaria Testa e con Caselli (Gian Carlo, non Caterina). Ma la Carta non è musica leggera. I temerari che hanno tentato di metterla in canzonetta – da Claudio Baglioni, che gorgheggiò sui principi fondamentali e donò il brano a Repubblica, con tanto di lettera dedicatoria a Ezio Mauro, a Shel Shapiro, che riuscì a far suonare i primi undici articoli più o meno come Stasera mi butto di Rocky Roberts – non hanno avuto fortuna; né è riuscito a far di meglio Gherardo Colombo, animatore dell’ala giovanile del conservatorio costituzionale, tra la musica balcanica dei concertoni del primo maggio e gli spettacoli con il rapper Piotta. Leggi il seguito di questo post »
Fessofurbomachia
Leggo sul nuovo Todomodo, la rivista degli Amici di Leonardo Sciascia, un saggio di Euclide Lo Giudice su un tema che mi pare della massima urgenza storica, ossia il ruolo del cretino e dei suoi fratelli (lo stupido, l’imbecille, il fesso) nella vita nazionale. Nel 1982, per una strenna Giuffrè, Sciascia firmò una breve prefazione al Codice della vita italiana (1917) di Prezzolini, soffermandosi sul primo articolo: “I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi”. Il fesso di Prezzolini paga il biglietto in ferrovia e dichiara al fisco il suo vero reddito; il furbo ha per segni distintivi la pelliccia, l’automobile e le molte donne. Sciascia non poteva che apprezzare l’identificazione tra fessaggine e onestà: il buon fesso in un contesto di furbi, ricorda Lo Giudice, figura spesso nei suoi romanzi, e la frase che suggella il fallimento del professor Laurana in A ciascuno il suo è appunto: “Era un cretino”.
Qualche timida speranza Sciascia la affidava a una constatazione statistica, ossia che i fessi sono più numerosi dei furbi: “Solo che, come gli schiavi di Seneca (‘se gli schiavi si contassero…’), non si contano. E possiamo farcene idea, della schiacciante maggioranza che i fessi verrebbero a formare, solo che avessero consapevolezza del loro numero, dai tanti che quotidianamente e ovunque rimpiangono di non esser furbi”. Se ne deduce che i fessi dovrebbero acquisire la marxiana coscienza di classe, costituire qualcosa come un Fesso collettivo in grado di rovesciare il dominio oligarchico dei furbi. Impresa disperata perché, diceva ancora Prezzolini, il fesso in generale è stupido: se non lo fosse, avrebbe cacciato i furbi da un pezzo. Leggi il seguito di questo post »
La cabala dei devoti. Molière, Garboli e Tartufo
Lasciatemi, vi prego: spenderò i prossimi mesi chiuso nella mia stanza in compagnia di Molière, rileggendo il poco che ho letto e leggendo tutto il resto. I contatti con i miei simili si ridurranno a qualche mancia allungata dall’ombra ai consegnatori di pizze a domicilio. Non che voglia scimmiottare il misantropo Alceste (Laissez-moi, je vous prie è la sua prima battuta), ma non vedo altra scelta dopo aver letto questa frase di Cesare Garboli: “Spesso mi chiedo che cosa ne sarebbe di tanta mitologia culturale contemporanea, se esistesse oggi un provocatore della stessa forza comica di Molière”. Dunque l’ho sempre avuta sotto gli occhi, la chiave, e mi ostinavo a cercarla per angoli bui. Era qui, in questo breve articolo del 1986 intitolato “Come ridere di Lacan?”, uno dei testi di Garboli che Carlo Cecchi ha raccolto per Adelphi in Tartufo. Con il suo personaggio più nero, diceva Garboli, Molière ha creato un archetipo; non già dell’ipocrisia, come per lo più si ritiene, ma del potere intellettuale e spirituale quando nasce dal risentimento e dalla frustrazione. Tartufo è prete, politico e psicoanalista in un sol uomo; è il curatore d’anime, il guaritore di nevrosi e il diplomatico sopraffino; ma è anche l’attore che porta a un grado eroico la malafede congiunta all’intelligenza, l’arci-impostore che illumina suo malgrado l’impostura generale, l’incantatore di famiglie perbene che semina scandalo “nel quieto e mortale teatro di tutti i giorni”, lo spirito intimamente servile che per spadroneggiare deve richiamarsi agli interessi del Cielo. Il cielo della religione, nel Seicento di Molière; oggi il cielo della cultura e del prestigio intimidatorio che conferisce ai suoi sacerdoti. Intorno al 1968, mentre traduceva Tartuffe, Garboli conobbe Lacan in casa di amici e subito fiutò, dietro l’uomo, l’archetipo. Si ritrovò sotto il naso una strana varietà di Tartufo e capì che, proprio come Molière, non aveva l’obbligo di prenderlo sul serio: “Quale mutilazione può essere più orribile di quella che ci vieta di ridere di ciò che è comico?”. Leggi il seguito di questo post »
Sul “pensiero selvaggio” giudiziario
Ogni metafora infelice è infelice a suo modo, ma tutte le metafore felici si somigliano: le prendi alla lettera, le prendi sul ridere, le osservi da lontano, le scruti da vicino, da qualunque lato le guardi restano sempre felici. Diceva Giovanni Falcone che l’obbligatorietà dell’azione penale è diventata un feticcio, e mi è sempre parsa metafora felicissima. Per averne conferma ho fatto un piccolo esperimento. Dal mio scaffale etnologico decisamente démodé ho pescato Primitive Culture (1871) di Sir Edward Burnett Tylor, uno dei primi a teorizzare sul feticismo. A quel che leggo, il feticista crede che in un oggetto materiale dimori lo spirito degli antenati, e che questo oggetto – una statuetta, un amuleto, un ciocco di legno – possa esercitare un’azione magica. Poi ho aperto il nuovo MicroMega sulla giustizia (numero epocale, che segna il passaggio dei manettari alla fase nichilista-punk), dove c’è un intervento del procuratore di Torino Armando Spataro dedicato appunto all’obbligatorietà, che ha per titolo la metafora – ahi, quanto infelice – “Il dito e la luna”. Leggi il seguito di questo post »
Arrivano i titani. “1992”, MicroMega e il peplum di Mani Pulite
A Parigi, nei primi anni Novanta, Enrico Vanzina s’imbatté in un libro della classicista francese Florence Dupont, La vie quotidienne du citoyen romain sous la république, lo lesse e pensò: quasi quasi propongo a mio fratello Carlo di fare un peplum, un film in costume antico romano, sull’Italia di Tangentopoli. Nasce così il cinepanettone del Natale 1994, S.P.Q.R. – 2000 ½ anni fa, a tutt’oggi il tentativo più ambizioso – anzi, semplicemente l’unico, mentre il cinema cosiddetto civile temporeggiava – di raccontare in un solo film la fine della Prima Repubblica, le inchieste sulla corruzione, lo scontro tra magistratura e politica, la nascente mitologia del giudice combattente, il rapporto schizofrenico dell’italiano comune con la legge e la giustizia, l’irruzione scomposta delle leghe e dei qualunquismi. Non so quale libro stesse leggendo Stefano Accorsi quando gli è venuta in mente l’idea di 1992, la fiction su Mani Pulite che andrà in onda in primavera su Sky Atlantic, e che era prevista per l’autunno, e io, mannaggia, avevo già preparato i popcorn; ma a giudicare dalle foto di scena circolate finora si direbbe che ha visto se non altro moltissime copertine di MicroMega, specie quella più famosa dove il trio Di Pietro Davigo Colombo è trasfigurato in icona warholiana. Leggi il seguito di questo post »
Teologia delle copertine
L’idea che non si possa giudicare un libro dalla copertina è una pericolosa eresia, da contrastare con tutte le armi dell’apologetica. Inclina per un verso al docetismo – l’esteriorità di un volume è degradata a mera apparenza, fantasma, come le spoglie mortali di Cristo – e per altro al nestorianesimo, postulando due nature distinte, la copertina e i fascicoli delle pagine, tenute accidentalmente assieme da una costola. E invece l’esterno e l’interno di un libro sono, per l’ortodossia, un’unica ipostasi. Forte delle conclusioni del mio privato concilio di Calcedonia, rivendico il diritto di giudicare il nuovo libro del teologo laico Vito Mancuso dalla copertina, dove su campo bianco un cuore stilizzato fa da apostrofo rosso tra le parole Io e amo. Sottotitolo: Piccola filosofia dell’amore. È un libro che si annuncia piccolo, obietterà qualcuno, non facevi prima a leggerlo? Lo so, ma volevo mettere alla prova un altro caposaldo della mia erigenda teologia della cultura, il dogma che postula l’infallibilità di Gad Lerner ex cathedra televisiva nel reclutare e magnificare le eminenze di quello che chiamerei il pensiero grigio, o stinto. Leggi il seguito di questo post »
Sesso, umor nero e metafisica: Martin Amis torna ad Auschwitz
Il nuovo romanzo di Martin Amis, The Zone of Interest, è una macchia di Rorschach. Chi volesse farsene un’idea a partire da quel che legge sui giornali si troverebbe nella stessa condizione di un poliziotto che debba disegnare l’identikit di uno sconosciuto mettendo insieme testimonianze che lo descrivono come uno spilungone, quasi nano, obeso ma segaligno, e poi biondo, con i capelli di un nero corvino, anzi del tutto calvo. Il poveretto penserà di avere a che fare con un mutante o un mostro mitologico. È grosso modo l’impressione che si ricava dalla lettura delle recensioni a The Zone of Interest apparse sulla stampa britannica, israeliana, tedesca, americana (negli Stati Uniti il romanzo è appena uscito). La cosa certa è che Amis ha scritto, vent’anni dopo Time’s Arrow, un nuovo romanzo sulla Shoah. Per il resto, c’è chi assicura che si tratta di una profonda meditazione sul perché di Auschwitz, anzi sull’impossibilità di trovare un perché, nel solco di Primo Levi; c’è chi lo descrive come una commedia pervasa di un umor nero feroce e dissacratore, forse un po’ stonato in tempi di antisemitismo risorgente; c’è chi dice che il libro offre una traduzione romanzesca dell’idea arendtiana della “banalità del male” e del genocida come impiegato; c’è chi ne parla come di una storia d’amore che inclina al sentimentalismo kitsch; c’è chi lo presenta come un intreccio di atrocità ed erotismo al limite della pornografia, popolato di comandanti perversi e guardiane sadiche che hanno un tocco di “kinky lesbianism”. È possibile che un libro sia al tempo stesso La notte di Wiesel, Le benevole di Littell e Ilsa la belva delle SS? Leggi il seguito di questo post »

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